domenica 29 maggio 2011

O la va, o la spacca!

La proposta di Jean-Cul arriva inaspettata come un infarto di prima mattina. Vuole sapere se, oltre alla "localizzazione" della rivista, accetteremmo di realizzare anche la versione originale francese.
Non è soddisfatto dei suoi grafici, dice che non capiscono il senso del giornale e non hanno un briciolo di buon gusto o creatività. Però la mia risposta deve essere immediata e, in caso affermativo, ci vedremo per una riunione martedì mattina.
In realtà non me l’aspettavo. Mi crogiolavo nella fanghiglia tiepida di una localizzazione che, sebbene portasse un’infinità di problemi e rotture di palle, poggiava comunque su una base, seppur minima.
E poi con l’ex direttore le cose hanno preso finalmente una piega promettente, come l’arcobaleno che l’altra sera sembrava infondere la speranza in qualcosa di meglio. La rivistina legata agli eventi è ormai cosa sicura, e altri progetti stanno nascendo sotto una stella che appare più luminosa del solito.
Caricarmi sul groppone la responsabilità totale di una rivista, in cui ogni pagina nasce da grandi travagli e innumerevoli ripensamenti, non mi entusiasma così tanto. Ma penso anche a questo anno e mezzo di desolazione e vuoto, alle depressioni a singhiozzo, alle giornate di disperazione, alle speranze sfumate e al futuro incerto e mi dò dello stronzo.
Questa potrebbe essere davvero la fine di un incubo da mezza età, l’inizio di un Rinascimento nel quale non speravo più.
Non riesco a non pensare a quanto tutto questo assomigli all’illusione che Milano sta vivendo in queste ore, alla voglia di rivincita mia e di questa città così maltrattata.
Milano è diventata terribilmente brutta, maleducata, triste e arrogante, ma la sua anima non è questa. Milano è una città multietnica, amorevole nei suoi inverni tristi e nebbiosi che ti abbracciano e ti nascondono, entusiasta e allegra durante le rare giornate pulite e serene, così belle che ti impediscono di odiare questa città dal fascino tossico e sottile.
Non so se il vento è cambiato davvero, o se mai cambierà, ma sento qualcosa nell’aria, nelle facce della gente. Un’elettricità positiva, un orgoglio di essere milanese che per tanto tempo si era nascosto chissà dove.
Allora perché pensarci tanto? Io mi butto. Dico di sì a Jean-Cul, dico che non ci sono problemi, che di giornali come il suo ne possiamo fare quanti ne vogliamo. Ma, francamente, mi sto cagando sotto. Ho una paura fottuta di ritrovarmi inchiodato davanti al computer per dieci ore al giorno o anche più. Anzi, sono attanagliato dal panico, sono stordito e al contempo preso da una stupida euforia. La testa galoppa senza sosta, giorno e notte, organizza collaboratori e fornitori, studia strategie fiscali, elabora tariffe e preventivi, contratti e clausole, in una girandola che a me pare una minacciosa ed enorme pala eolica.
Fanculo, ci provo. Anzi, già pregusto il costosissimo sigaro cubano e la bottiglia di champagne con cui festeggerò la firma del contratto. E se andasse male, che mai potrà succedere di peggio rispetto a ciò che ho sopportato fino a oggi?

giovedì 26 maggio 2011

Vediamo 'sto stupido dove vuole arrivare!

I rapporti con l’editore francese, che per comodità e poco rispetto, chiamerò Jean-Cul, si stanno facendo quanto mai tragicomici.
Lui è un caffèespresso-dipendente dallo sguardo allucinato e le movenze da elefante al festival del domino con effetto a catena. Rovescia l’acqua dai bicchieri o fa cadere telefoni altrui mentre raccoglie una rivista, proprio come se non avesse la percezione esatta delle distanze. Sarà la caffeina o, come dice mia moglie, la cocaina. Niente di più facile.
È il perfetto archetipo dell’indeciso: ciò che ieri andava bene, oggi è da cambiare, quello che è cambiato lo preferiva com’era prima.
All’inizio si doveva semplicemente “localizzare” la rivista, adesso vuole qualche piccola sistemazione in alcuni articoli che non gli piacciono così come sono usciti, però quando li vede, vorrebbe che fossero “graficamente più singolari”. 
La coordinatrice - che si è scusata per il comportamento del traduttore - dice che Jean-Cul sta cercando di marciarci sopra. In fondo, lamentandosi degli scontorni delle foto che andrebbero sistemati, delle pagine più "graficamente singolari", o delle  cromie da calibrare, non fa altro che costruire un restyling pagato sì e no, nascondendosi dietro al paravento che però le font non si cambiano, manteniamo quelle originali.
Non so, ma la mia piccola e stupida testolina non riesce a capire cos’abbia in mente questo Jean-Cul, o meglio, forse comincio a intuirlo seppur vagamente. Un francese che vuole lanciare una rivista che è impossibile definire: di moda, di consigli pratici, di copiature del look di attricette misconosciute. Senza la minima ricerca di marketing, senza lanci pubblicitari, senza avvalersi di qualcuno che abbia una vaga cognizione della moda italiana e il mondo dell’editoria. Senza un restyling degno di questo nome, senza una redazione che sappia scrivere "fa" senza l’accento sulla a, o che sappia come battere una "È" maiuscola accentata senza usare l’apostrofo, o che scrive p/e per dire pimavera/estate.
Tutto questo mi fa arrivare a fine giornata prosciugato di ogni energia, specialmente mentale. In casa è tutto un parlar francese maccheronico come: va da via el cül, tut bòn, tartufòn, Sìlvie Vartàn e roba simile.
Ormai il gioco è diventato così perverso che, come Totò nello sketch su Pasquale, continuo a pensare: “Chissà ‘sto stupido dove vuole arrivare!”.

mercoledì 25 maggio 2011

Gli occhiali

La prima volta che ho dovuto comprarmi gli occhiali per leggere è stato cinque anni fa. Fino ad allora mi sono sempre vantato dei miei dieci decimi, di eredità paterna.
All’inizio è stato anche divertente avere questi occhiali con cui giocherellare a fare l’intellettuale. Sì, sono ancora uno di quegli ignoranti patetici che si sentivano interessanti indossando gli occhiali; come il signor dottore, o il farmacista del paese, o il maestro elementare delle nostre nonne. O, peggio ancora, come i khmer rossi che sterminarono migliaia di cambogiani muniti di occhiali perché considerati dei pericolosi intellettuali.
Poi, quei primi occhiali da 0,50 sono diventati insufficienti; mi incazzavo pensando che i quotidiani facessero a gara per scrivere gli articoli in corpo sei, invece ero io che perdevo la capacità di leggerli.
Ora col mio nuovo paio di occhiali - anzi di lenti, perché la montatura è sempre la stessa - nuovi fiammanti, riesco a leggere anche l’analisi fisico-chimica dell’etichetta dell’acqua minerale.
Questi cinque anni di lavoro davanti al computer mi sono costati una diottria secca. Da 0,50 a 1,50. Tutto quanto solo per impaginare stupidi giornali di poveri stronzi che non fanno altro che cantarsela e suonarsela a vicenda.

martedì 24 maggio 2011

Cominciamo male...

Alle sei e quindici la signora Italia - dirimpettaia ultrasettantenne - è già sveglia. 
Mi sono alzato per il caldo e anche per la rabbia. Non la rabbia di non poter dormire - Voyager di Giacobbo è un ottimo sonnifero: alle dieci di ieri sera già russavo sul divano come una balena spiaggiata - ma quella ancora schiumosa come una birra appena versata che ha cominciato a montare da ieri sera.
Ricevo una mail da chi si occupa della traduzione e l’adattamento dei testi della rivista francese. Ci accusa di aver tagliato “arbitrariamente e a capocchia” i testi degli impaginati, ci spiega che siamo noi a dover adattare le pagine alle traduzioni, anche quando sono esattamente il doppio rispetto agli originali, che non dobbiamo agire meccanicamente ma ragionare e via di seguito.
Onestamente, non mi era mai capitato di imbattermi in tanta arroganza e cialtroneria.
Fare un giornale è un’operazione di alta diplomazia; chi scrive un testo lo ritiene perfetto e intoccabile, chi impagina lo fa come se ogni servizio dovesse essere esposto alla galleria d’arte moderna, il caposervizio e l’art director cercano di arrivare a un compromesso che salvi capra e cavoli, soprattutto per rispetto verso chi si ritroverà il giornale fra le mani.
Spesso le redazioni sono teatro di tragedie, altre volte di commedie dell’assurdo, ma poi, tutti devono piegare la testa per passare sotto le forche caudine della chiusura del numero.
In tutto ciò, l’unico imperatore, l’unico dittatore a cui si deve cieca obbedienza, è il direttore, nessun altro.
Quello che penso è che, se cominciamo così, cominciamo davvero male.

lunedì 23 maggio 2011

Inferno, purgatorio, paradiso

Non so se essere felice oppure no. Non della mia vita personale, quella va a gonfie vele, o almeno, fila senza grossi guai, il che è sicuramente già una bella cosa.
Parlo del lavoro. Quello che c’è, quello che non c’è, quello che potrebbe esserci.
Sono alcuni giorni che non mi stacco dal computer prima delle sette e mezzo di sera, che lavoro anche di sabato, che rispondo al telefono all’ex direttore di domenica. Ieri, fra la una e la una e venti, mi ha chiamato almeno quattro volte, facendomi pranzare a singhiozzo. 
Qualche anno fa non avrei nemmeno risposto al telefono, oggi mi sento come nella bella recensione di The Company Men su Mymovies (http://www.mymovies.it/film/2010/thecompanymen/): 
“John Welles esplora l’impotenza della perdita del lavoro, mentre esamina come la rabbia, la paura e l’umiltà forzata possono sostituire la sicurezza dei ‘normali’”. 
Ecco, è l’ultima frase quella che mi ha colpito nel profondo, "l’umiltà forzata", che sostituisce, in chi è alla ricerca di un lavoro, la sicurezza del “normale”.
La giusta definizione per chi, come me, è alla disperata ricerca della propria normalità, dell’illusione di essere parte di una grande macchina, un piccolo ingranaggio con una sua collocazione ben precisa, un suo compito minimo ma funzionale, e la scoperta improvvisa che la macchina funziona anche senza la mia rotellina, che comunque va avanti e che quel piccolo ingranaggio può essere sostituito senza problemi, senza intoppi.
In queste ultime settimane di improvvisa operosità sento montare dentro l’orgoglio di essere nuovamente una parte della macchina, la sera sono così soddisfatto della mia stanchezza che è come se fosse sempre natale. 
Ma c’è un ma. Intanto è robetta. La rivista di barche per ricconi sfondati sarà nelle mie mani per un solo numero ancora, poi il mistero rimane fitto. Quella che si occupa di eventi e per la quale l’ex direttore ha firmato un contratto (ma io no), economicamente è ancora ben poca cosa, e dall’editore francese e la localizzazione della sua rivista, non è ancora ben chiaro cosa ne sarà in futuro.
Tanto rumore per nulla insomma. O meglio, tanto lavoro, ma nessuna certezza. Intendiamoci, rispetto al vuoto cosmico dell’ultimo anno, è una calda coperta di lana in una notte gelida, ma non è certo ancora la certezza di avere un tetto sulla testa.
Questo blog si chiama Uomo in Mare; forse avrei dovuto chiamarlo all’Inferno e Ritorno, ma mi sembrava, così facendo, di essere fin troppo ottimista e allora, per scaramanzia, ho mantenuto il nome originario che nacque prima ancora della tempesta lavorativa. Diciamo che, per ora, questo viaggio all’inferno - senza nemmeno la compagnia di un Virgilio - si sta forse avviando verso il purgatorio, ma si trova ancora molto lontano anche dalla sola idea del paradiso.