giovedì 30 settembre 2010

Pasqualino

Prima di andare a scuola, E. lascia sempre nel mio studio il pupazzo di peluche di un cane. Si chiama Pasqualino e serve a tenermi compagnia. E. dice che ogni tanto devo dargli una grattatina sotto il mento e lui se ne starà buono e felice a guardarmi mentre lavoro al computer. Non devo dimenticare però di portarlo in cucina all’ora di pranzo, altrimenti potrebbe rimanerci male. E io, come uno stupido, lo faccio veramente. Non dico la grattatina, ma tenerlo in studio e anche in cucina, mentre mangio. Perché lui non è semplicemente Pasqualino, ma mia figlia che riesce, ubiquamente, a essere a scuola, ma anche dentro di lui. Non è un pezzo di stoffa e cotone che mi guarda e mi parla nella mente, è mia figlia, la sua personalità, la sua creatività, la sua fantasia. Riesco a sentirla realmente in quel pupazzo che mi guarda fisso con gli occhi lucidi e un buffo cravattino. È lei che si trova al mio fianco e credo che, reciprocamente, anche lei si senta più felice a scuola sapendo che ho vicino uno fra i suoi migliori amici.

mercoledì 29 settembre 2010

Leggere tra le righe

Incredibilmente, il lavoro con l’ex direttore continua a languire sulla scrivania del computer. Ieri, quando ha telefonato per chiedermi come si concatenano le gabbie di testo in XPress 8, ha detto che il cliente lo sta ancora valutando e che la decisione passa dal responsabile marketing al direttore per l’Italia: "Ma stai tranquillo, vedrai che, secondo me, ce lo portiamo a casa".
Sarà, ma quando le cose cominciano a ritardare non è un buon segno. in questi ambienti pensarci sopra significa: "Non siamo per niente convinti, ma abbiamo fretta. Che facciamo? Cerchiamo qualcun altro, ci facciamo fare un’altra proposta, o lasciamo perdere tutto quanto?".
Proprio mentre parlavo al cellulare, sul fisso ha chiamato F., un art director che ha fatto coppia fissa per anni con l'ex direttore, lavorativamente parlando s’intende.
È un peccato dover vivere nell’anonimato, perché sarebbe da vedere: tale e quale a Carl Marx ma molto più magro. Intercalando con un fondamentalmente ogni tre parole, ci ha offerto la concreta speranza di impaginare un nuovo giornale per un’organizzazione umanitaria. Un lavoro di un anno, dodici numeri da centoventi pagine, una buona prospettiva economica (la stessa offerta del mafiosetto pelato, solo che per lui avrei dovuto impaginare tre bimestrali, annunci di email marketing, inviti, diplomi, annual e compagnia bella). Quindi si tratta di una proposta molto allettante, perché permetterebbe a L. di mollare il part-time e seguire questo progetto senz’altro più remunerativo, e a me di arrotondare con lavori anche saltuari.
Ma per ora sono solo promesse, e con le promesse non ci si campa. La parola vale poco e niente e, fino a che non si firma un pezzo di carta, o si incassa un anticipo, le cose possono sfumare come la puzza di una scorreggia.
Mi vantavo di avere il dono, o se preferite, la maledizione (ho citato Monk, lo so), di capire le persone al volo. Mi basta poco, qualche incontro, a volte anche cinque minuti, per rendermi conto con chi ho a che fare. Il carattere, le idiosincrasie, i modi di essere, soprattutto quelli a cui sono allergico.
Raramente sbaglio, e ci riesco benissimo sia con gli adulti che con i bambini.
Come in Io e Annie di Woody Allen, nel quale i compagni di scuola del suo alter ego prevedevano con naturalezza e serietà quale sarebbe stata la loro professione futura. Per esempio, una bambina diceva come niente fosse: "Io batto il centro" e un’altro: "Io, prima ero eroinomane, ora sono morfinomane" e via dicendo.
Quello che invece non sono bravo a capire è quando le persone dicono una cosa intendendone un’altra. Oppure quando un "sì" significa "no", un "forse", "scordatelo" e un "ci mettiamo d’accordo", "se vuoi questo lavoro mi devi allungare la stecca".
Leggere tra le righe, diceva mia madre, e io mi maceravo perché, nella mia ingenuità, pensavo che le parole significassero quello che effettivamente esprimevano. Allora cominciava la paranoia di capire se, dietro la frase più semplice, si nascondesse qualche messaggio che non riuscivo a comprendere, oppure significasse semplicemente ciò che esprimeva.
Oggi è ancora così: se qualcuno mi dice che ho fatto un buon lavoro, io ci credo, se mi dicono: "magari ci vediamo per un caffè", io penso davvero che abbiano piacere di bere un caffè con me.
Invece il mondo gira diversamente e, spesso, chi fa un complimento ti vuole fregare, mentre quell’altro, che ti trattava con freddezza, non voleva scoprire troppo presto le sue carte.
Ma perché tutta questa manfrina? Perché F. (o se preferite il fratello magro di Carl Marx), di solito così sulle sue e così moralmente retto, ha cominciato a parlare male dell’ex direttore, mettendomi in guardia verso certe sue abitudini non proprio piacevoli. Per esempio dice che a luglio l’ha fatto lavorare come una bestia per presentare un progetto e, fondamentalmente, non si è ancora capito come è andato a finire. Che ha il vizio di far lavorare le persone a iniziative che non si capisce da dove partano, o se, e da chi, siano state richieste e che, molto spesso, finiscono in niente.
"Tanto per lui che vuoi che sia? Scrive quattro titoli, taglia un pezzo e, con un’ora di lavoro, se l’è cavata. Tu invece ti devi inventare un progetto grafico, preparare un certo numero di pagine campione, fare aggiustamenti vari, perderci giorni e giorni e poi, fondamentalmente, rischi che non se ne fa nulla”.
Cazzo! Se le cose stanno così non siamo messi bene. In effetti avevo il dubbio che l’ex direttore, ancora giovane e già in pensione, avesse qualche problema nell’affrontare una vita senza lavoro.
Mi spiego meglio: per uno che è sempre stato abituato a comandare, dirigere giornali importanti, essere ascoltato e rispettato, intervistato dalla tv e vedersi passare sotto al naso le meglio gnocche in circolazione, non dev’essere tanto facile mettersi in disparte e fare la tranquilla vita del pensionato. In effetti credo abbia un po’ la preoccupazione di dimostrare che è ancora uno in gamba, uno che produce e che si dà da fare. Uno che, se vuole proporre un qualche tipo di iniziativa editoriale a uno stronzo come Linus, e quello nemmeno gli risponde, gli girano i coglioni e non poco.
Adesso mi ritrovo con lo stesso problema di quando ero bambino, ovvero leggere tra le righe di tutte queste persone che parlano parlano, ma che fin’ora non mi hanno fatto guadagnare un solo euro.

martedì 28 settembre 2010

Il biglietto vincente

Ecco che ci risiamo, ricominciano i sogni assurdi legati ai soldi, alla mancanza di lavoro e al futuro incerto. Questa notte per esempio, mi ritrovavo un biglietto vincente di una specie di gratta e vinci, legato però alle estrazioni del lotto. Una roba che, tra l'altro, neppure esiste. Insomma, avevo questo biglietto da verificare e così sono andato da chi l'aveva venduto, ovvero l'edicolante sotto la stazione della metropolitana. E nel sogno era proprio lui: la stessa faccia da giocatore d'azzardo di periferia, emaciata e giallastra come se fosse appena guarita da una rissa in cui aveva avuto la peggio, l'occhio spento e la voce bassa. La novità è sua figlia, che non mi risulta esistere nella vita reale, una bella ragazza sui venti o forse meno, capelli scuri e sorriso da bambina. Il biglietto lo controlla lei e, dall'espressione, capisco di avere azzeccato almeno quattro numeri in uno schema che sembra quello delle parole crociate. Non so cosa voglia dire, o meglio, quanto possano fruttare questi quattro numeri, ma quando il padre le dice di passare sul retro insieme a me per controllare meglio, credo che si possa pensare a una discreta cifretta.
Me ne convinco quando la ragazza, che mi ha fatto accomodare in una specie di appartamentino che somiglia a una portineria, comincia a dire cose che non comprendo, e a sorridere continuamente vicino alla mia faccia. Sta cercando di sedurmi, questo lo capisco anch'io, e ci sta riuscendo benissimo. Lo so che lo fa per fregarmi il biglietto; gli unici rapporti che posso avere con ragazze della sua età sono quando mi chiedono l'ora per strada, dandomi del lei e chiamandomi signore. Porta jeans a vita bassa e un top che lascia scoperta la pancia, che continua a esibirmi mentre mi tocca leggermente la spalla e accosta la testa alla mia per mostrarmi meglio le combinazioni sul biglietto attraverso una mascherina preforata.
Non capisco più niente, non so cosa dico, non so cosa dice lei, vedo solo il suo sorriso e il suo ombelico e mi ritrovo, senza accorgermene, privo del mio biglietto vincente.
Sembro proprio un coglione, come quei cassieri di banca che stragiurano di essere stati ipnotizzati da qualcuno che li ha costretti a consegnare mazzette di soldi contro la loro volontà. Mi maledico per quanto sono stato stronzo a fidarmi di uno che mi fa andare nel retro dell'edicola con la figlia ventenne e mi viene da piangere pensando a come mi hanno fregato facilmente. A chi lo vado a raccontare adesso? Con quali prove a sostegno dell'accusa? Chi mai potrebbe credere a una storia così scema?
Mi risveglio lentamente, senza capire se sia stato solo un sogno, oppure ho sognato ciò che è già realmente accaduto. Con un senso d'angoscia che scompare solo quando sono ben convinto che tutto questo è stato solo il frutto del mio inconscio. E il bello è che continuo a sperare che quella ragazza mi seduca nuovamente per fregarmi il biglietto.

lunedì 27 settembre 2010

C'è vita su Marte

Il lavoro con l'ex direttore langue sulla scrivania del computer, "Ci stanno ancora ragionando sopra...", mi ha detto venerdì mattina. Non credo al voodoo, figuriamoci al malocchio, però...
Da ragazzino divoravo i libri fantarcheologici di Peter Kolosimo, quelli sulla parapsicologia di Massimo Inardi, i film sugli zombie e i fumetti di zio Tibia. Ma non significa che credessi che i maya fossero i discendenti di un'antica civiltà extraterrestre o che i vari effetti speciali della bibbia fossero opera di potenze aliene e, tanto meno, ho mai creduto che esistesse l'aldilà, o che qualcuno, come crede per esempio il marito di mia cognata, possieda poteri paranormali per parlare con i morti.
Una volta sua moglie, la sorella di L., sostenitrice dei presunti poteri del marito, buttò lì che mio padre, morto da qualche tempo, avesse avuto un qualche tipo di contatto con suo marito.
"Assì? - le risposi - e che cosa gli ha raccontato di bello?". Non ricordo di preciso come intendesse coinvolgermi, ma mi pare fosse qualcosa di terribilmente complicato e ridicolo, e che dipendeva tutto dai poteri del marito (che poi sarebbe il famoso tipografo). Le dissi che poteva andare affanculo, lei e quel demente di suo marito, e che non provassero più a tirarmi dentro in cose così imbecilli, se non altro per riguardo alla memoria di mio padre.
Ora che ci penso, quando morì mia suocera, lei probabilmente ci stava già parlando, perché, malgrado l'avessimo avvertita che era questione di ore, se l'era presa molto comoda, arrivando quando ormai la frittata era fatta.
Anche in quel caso, non poté fare a meno di uscirsene con: "Ma non avete sentito che profumo di violette (o ciclamini o qualcosa del genere) c'è in camera di mamma?".
Credo sia inutile dire che non percepivo assolutamente nessun profumo, semmai, un odore non troppo piacevole di morte. Che voleva dimostrare? Voleva creare un'aura di santità attorno alla madre che non aveva nemmeno salutato per l'ultima volta per non perdere una giornata di mare? Ma falla finita!
Ho molto più rispetto di mia moglie, che, con un figlio piccolo a casa, trascorreva ore e ore a fianco di sua madre, ormai nel nirvana della morfina, cantandole canzoni di Rosana, quella di Luna Rotas, che, naturalmente, non abbiamo più riascoltato da quella volta.
E quell'altra volta in cui, sempre lei, fervente cristiana persa in sordide stupidaggini che, secondo me, il marito crea ad arte per divertimento personale, andò a una messa di Milingo per salvare la vita al fratello, condannato da un tumore ai polmoni. Ah, beata ignoranza! Del tutto simile a quella dimostrata dall'altro fratello che se ne tornò forse dalla Sardegna con una miracolosa pozione a base di aloe vera di non so che frate. A., naturalmente morì dopo solo una seduta di chemioterapia, come la medicina umana aveva pronosticato.
Chissà se il tipografo magico avrà parlato anche con lui? Peccato che l'unico a sopportare la vista di quell'enorme siringone di non so che liquido sparato nel petto di mio cognato sono stato io. Come amico, non me la sono sentita di lasciarlo da solo mentre degli estranei lo stupravano a quel modo.
Però dicevo che, mentre il lavoro dell'ex direttore langue, ieri, domenica, ne abbiamo approfittato per inviare ancora un bel po' di mail autopromozionali. Sarà stupido, ma in questo momento è l'unica cosa che ci viene in mente di fare.
L. non ne può più del lavoro part-time che si è rivelato una mezza trappola e per di più mal pagato, e io, anche se non disdegno di dedicarmi ad altro che non sia il lavoro, non reggo più ai sensi di colpa, col risultato che qualunque cosa faccia mi sembra di compiere chissà quale reato contro l'etica o la morale o la mia famiglia.
Incredibilmente, anche se domenica pomeriggio, abbiamo ricevuto due risposte: una che ci metteva a conoscenza che il destinatario aveva girato la nostra mail alla persona più adatta della casa editrice, e un'altra in cui ci si offriva un incontro senza impegno, tanto per conoscerci.
Questa è una delle poche cose che mi piacciono di Milano. Una qualsiasi domenica pomeriggio trovi qualcuno che lavora, che è presente in ufficio, fosse anche un direttore editoriale, o un art director. È come sapere che non siamo soli nell'universo, che in fondo, c'è vita anche su Marte.

venerdì 24 settembre 2010

Come Salgari

C’è una ragazza che vedo dal balcone mentre fumo l’unico toscano della giornata. Dev’essere un’impiegata di uno dei tanti uffici che hanno aperto in zona negli ultimi tempi. 
Qualcuno non è entusiasta di questa proliferazione umana subita dal quartiere in qualche anno. Io ne sono felice. Troppi vecchi pieni di acredine, pochi giovani viziati e senza figli. Era un pezzo di città che stava per morire di desolazione e solitudine, oggi è tornato a essere vivo, con tanti bambini. E che importa se la maggior parte sono filippini, peruviani, ecuadoregni, marocchini, africani e cinesi.
Questa ragazza insomma, non è propriamente il mio tipo preferito. Non dico fisicamente, ma proprio come persona. Sono quasi sicuro che sia una a cui piace uscire la sera per locali, magari in corso Como o porta Ticinese, o in corso Garibaldi. Una da happy hour, o se capita, un tiro di coca. Ma queste sono favole che costruisco nella mia testa, come se fosse possibile capire una persona vedendola dal balcone per qualche minuto. Eppure, sono convinto che un corpo, una fisicità, un modo di muoversi, di vestirsi di comportarsi, di camminare, di cosa si fa o non si fa, possa essre più rivelatore di quanto sembri.
Lei, per esempio, si veste in modo abbastanza personale e sempre diverso. Segue la moda, ma a modo suo, con accostamenti originali. È sicura di sé, perché non disdegna di indossare shorts di jeans, anche se ha cosce imponenti, polpacci importanti e caviglie ben salde. Se ne frega di portare scarpe col tacco che potrebbero invece slanciarla, anche con vestiti di cotone bianco.
Spesso raccoglie i capelli scuri in due treccine buffe e sfacciate, che la fanno sembrare più giovane di quel che è, tutti i giorni mangia un pezzo di focaccia, o di pizza, butta il sacchetto nel cestino all’angolo, si accende una sigaretta e, dopo essersi seduta sul gradino della recinzione della casa di fronte, si attacca al telefono con qualche amica.
C’è sempre qualche animale che la scambia per una puttana, o la approccia malamente, ma lei lo rimette subito al suo posto con poche parole, senza scomporsi più di tanto.
Forse comincio ad assomigliare ai due vecchi di cui ho parlato ieri, o forse no. Ma come potrei passare mezz’ora sul balcone fumando un sigaro, senza notare le persone che passano per la via? Col tempo, mi sono accorto che, come anch’io ho le mie abitudini, anche la maggior parte della gente le ha. 
Ci sono quelli che passano in auto sempre alla stessa ora, la ragazza che torna a casa a mangiare e, dopo un quarto d’ora ripassa per tornare al lavoro, la cameriera del bed&breakfast che finisce il turno, ed è così felice che quando cammina pare quasi che saltelli, quel tipo pelato e corpulento in giacca e cravatta che si accende sempre mezzo toscano davanti al mio balcone e passeggia lentamente avanti e indietro, quell’altro che si crede ancora un piacente ragazzo, anche se ormai i capelli sono più grigi che neri, che se ne va sempre alla stessa ora in sella a una orribile e anonima moto grigio metallizzato, quell’altro che parcheggia il suo furgone bianco e, accompagnato dal suo cucciolo di cane lupo, torna a casa per il pranzo...
Come Salgari ha scritto di pirati e tigri, di terre lontane e soldati spietati senza mai alzare il culo dalla sedia, guardo il mondo che passa sotto la mia casa, un mondo fatto di persone con storie da raccontare o da immaginare, ogni giorno diverse eppure familiari.