Certe volte mi ritrovo con le unghie dei piedi oscenamente lunghe. Ma proprio lunghe; sembrano quasi artigli.
Non c’è una ragione precisa, e non credo sia una forma di idiosincrasia dovuta alla mania per la pulizia tipica di mia madre.
Non credo alle spiegazioni semplicistiche “causa-effetto”, come quella accampata da un professore di architettura al liceo, che pretendeva di giustificare le sue unghie sporche col fatto che la madre lo costringesse a pulirle con lo spazzolino tutti i giorni.
Penso sia più plausibile una mia innata pigrizia verso la cura del corpo e, in parte, anche dell’anima.
Dicono che non è possibile amare se non si è in pace con sé stessi. Se è così, allora non dovrei amare nessuno, perché non solo non sono mai stato in pace con me stesso, ma addirittura un po’ mi odio.
Mi viene in mente mia nonna, che aveva un negozio da calzolaia in viale Monza quando ci passavano ancora i tram, e i platani napoleonici rinfrescavano le serate estive. Diceva che ogni tanto entrava ancora qualche contadina per farsi fare gli zoccoli, e avevano le unghie degli alluci così lunghe e sporche, che una volta gliele ha tagliate con le tronchesi fingendo di sbagliarsi.
Sembra incredibile, ma mia nonna era davvero così. Se non liberavo in fretta il bagno era capace di innaffiarmi con la canna della lavatrice, altre volte invece, per divertirmi, faceva suonare come una trombetta i fili d’erba.
Comunque non credo ci sia un motivo preciso per cui odio così tanto tagliarmi le unghie dei piedi. È vero però che da piccolo ero terrorizzato da quelle storie di unghie incarnite che si sentivano in giro. Anche mio cugino aveva dovuto farsi incidere un alluce infetto, e io ne ero rimasto scioccato. Ma ora sono cresciuto e queste cose non mi fanno più paura; è che proprio non mi va di perdere tempo in un’attività così faticosa - provate voi a tagliarvi le unghie con una pancia da babbo natale - e francamente inutile.
Non basta a convincermi nemmeno lo spauracchio usato da mamme e nonne per essere sempre puliti e in ordine: “E se per caso ti senti male o ti succede qualcosa mentre sei fuori? Non vorrai mica fare la figura dello sozzone mentre ti spogliano all’ospedale?”. Questo è quello che mi sentivo ripetere un’infinità di volte, proprio come era impossibile evitare l’ispezione a vestiti, unghie, capelli, orecchie, piedi, prima di uscire per andare a scuola. “Non vorrai mica che ti cresca il prezzemolo nelle orecchie vero?”.
O forse non le taglio perché il lavoro è - per fortuna - diventato così asfissiante che ho perso anche la cognizione del tempo. Jean-Cul - l’editore francese - è così lanciato che non ho più tempo per fare altro. Dieci ore al giorno davanti al computer sono diventate la norma e, durante le chiusure, tirare le undici di sera è una prassi consolidata.
A quanto pare, l’inferno sembra finito, anche se non sono più così certo del confine tra inferno e paradiso, e quale sia di preciso l’uno e l’altro.
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venerdì 8 luglio 2011
domenica 19 giugno 2011
Sarà, ma (quasi) non ci credo
È incredibile come, a volte, cose che parevano immutabili, cambino così repentinamente. Anni in cui nulla accade, in cui tutto si sussegue monotono e sempre uguale, vengono improvvisamente spazzati via in pochi giorni, o settimane; al massimo qualche mese.
Vivo nello stesso quartiere da oltre quarant’anni. Lo ricordo assolato e silenzioso nei pomeriggi estivi durante le vacanze scolastiche; oppure freddo e grigio negli inverni infiniti di austerity e terrorismo. Ma sempre immutabile; le stesse case, le medesime fabbriche, i soliti campetti malridotti. Poi, come una bella addormentata che si risveglia sotto baci di cemento, le fabbriche sono state demolite, le vecchie case sventrate e i campetti violentati da nuovi condomini, spuntati come i ponti del diavolo che ogni paese italiano racconta costruiti dal maligno nel corso di una sola notte.
Se sia bene o male non lo so dire; quello che è certo, è che il quartiere ha cambiato il suo volto immutabile nel giro di pochi anni. Ciò che credevo immodificabile si è modificato, ciò che credevo eterno, non lo è stato.
È facile ora, col senno di poi, dire che anche la mia situazione, che pareva così nera e fossilizzata in un voodoo senza fine, è finalmente cambiata. Quasi due anni di disperazione e pessimismo totale, sembrano avviarsi a esaurimento e, per una curiosa combinazione, tutto questo coincide con un mutamento politico negli assetti della città e di un’Italia intera che sembra finalmente risvegliarsi da un torpore quasi mortale. Via gli affaristi snob, a casa chi pensava di arricchirsi con l’atomo, o vendendo un bene prezioso come l’acqua.
Come per il mio lavoro, non so dire se e quanto durerà questo vento allegro e profumato di nuove cose e freschi entusiasmi. Ciò che al momento è la realtà, che io stesso stento a credere, è che mi sono ritrovato nuovamente art director di una piccola rivista, e che ne curerò anche l’edizione francese; e che sono art director anche di un’altro giornale che l’ex direttore è finalmente riuscito a piazzare a qualcuna delle sue infinite conoscenze e che, se tutto va bene, sarò nuovamente in grado di mantenere la mia famiglia in modo dignitoso.
Tutto come prima allora? No, non credo proprio. La lezione è stata dura e non è detto che sia finita così presto. Robert Heinlein scriveva che La Luna è una severa maestra, ma la vita lo è ancora di più. Come ogni malattia lascia sempre qualche parte del nostro corpo indebolita rispetto a prima della sua comparsa, anche questa esperienza lascerà le sue cicatrici. La paura di ricadere nel baratro non scomparirà così facilmente, e anche il modo di vedere le cose non potrà più essere lo stesso.
Un fatto inconfutabile è che non ho ancora firmato nessun contratto. Solo quando questo accadrà potrò tirare fuori dall’humidor il Cohiba Siglo II e stappare il moscato del trentino. Ricordandomi però che nulla dura in eterno, niente è immutabile e che lo scalino che potrebbe farmi inciampare nuovamente è lì che aspetta, ben nascosto fra tutti gli altri.
Vivo nello stesso quartiere da oltre quarant’anni. Lo ricordo assolato e silenzioso nei pomeriggi estivi durante le vacanze scolastiche; oppure freddo e grigio negli inverni infiniti di austerity e terrorismo. Ma sempre immutabile; le stesse case, le medesime fabbriche, i soliti campetti malridotti. Poi, come una bella addormentata che si risveglia sotto baci di cemento, le fabbriche sono state demolite, le vecchie case sventrate e i campetti violentati da nuovi condomini, spuntati come i ponti del diavolo che ogni paese italiano racconta costruiti dal maligno nel corso di una sola notte.
Se sia bene o male non lo so dire; quello che è certo, è che il quartiere ha cambiato il suo volto immutabile nel giro di pochi anni. Ciò che credevo immodificabile si è modificato, ciò che credevo eterno, non lo è stato.
È facile ora, col senno di poi, dire che anche la mia situazione, che pareva così nera e fossilizzata in un voodoo senza fine, è finalmente cambiata. Quasi due anni di disperazione e pessimismo totale, sembrano avviarsi a esaurimento e, per una curiosa combinazione, tutto questo coincide con un mutamento politico negli assetti della città e di un’Italia intera che sembra finalmente risvegliarsi da un torpore quasi mortale. Via gli affaristi snob, a casa chi pensava di arricchirsi con l’atomo, o vendendo un bene prezioso come l’acqua.
Come per il mio lavoro, non so dire se e quanto durerà questo vento allegro e profumato di nuove cose e freschi entusiasmi. Ciò che al momento è la realtà, che io stesso stento a credere, è che mi sono ritrovato nuovamente art director di una piccola rivista, e che ne curerò anche l’edizione francese; e che sono art director anche di un’altro giornale che l’ex direttore è finalmente riuscito a piazzare a qualcuna delle sue infinite conoscenze e che, se tutto va bene, sarò nuovamente in grado di mantenere la mia famiglia in modo dignitoso.
Tutto come prima allora? No, non credo proprio. La lezione è stata dura e non è detto che sia finita così presto. Robert Heinlein scriveva che La Luna è una severa maestra, ma la vita lo è ancora di più. Come ogni malattia lascia sempre qualche parte del nostro corpo indebolita rispetto a prima della sua comparsa, anche questa esperienza lascerà le sue cicatrici. La paura di ricadere nel baratro non scomparirà così facilmente, e anche il modo di vedere le cose non potrà più essere lo stesso.
Un fatto inconfutabile è che non ho ancora firmato nessun contratto. Solo quando questo accadrà potrò tirare fuori dall’humidor il Cohiba Siglo II e stappare il moscato del trentino. Ricordandomi però che nulla dura in eterno, niente è immutabile e che lo scalino che potrebbe farmi inciampare nuovamente è lì che aspetta, ben nascosto fra tutti gli altri.
lunedì 16 maggio 2011
Il futuro è quel che è...
Se c’è qualcosa di cui forse devo rimproverarmi è l’aver sempre pensato troppo al futuro.
Cosa farò da grande? Come sarà il mondo domani? Che cosa troverò dopo la scuola? Come sarà, se ci sarà, la mia famiglia, la mia vita, il mio futuro?
Appena potrò permettermelo voglio una grande libreria, in una casa fatta come dico io. Appena ci siamo sistemati col lavoro faremo questo e quest’altro. Quando i bambini saranno più grandi, allora li porteremo in quel posto e anche in quell’altro, dove ci siamo divertiti tanto da giovani.
Tanti domani, tanti progetti, tante fantasticherie, tante speranze.
Il risultato? Che spesso ci si dimentica di vivere il presente.
Da piccolo, la fretta di crescere non era mai abbastanza. Non bastava dire di avere otto o dieci anni: si diceva otto anni e mezzo, o quasi undici, in una fretta di mangiarsi il futuro, prenderlo per la camicia, rallentarlo, illudersi di raggiungerlo.
I quattordici anni per il motorino, i sedici per il patentino, i diciotto per l’automobile, sposarsi per raggiungere l’indipendenza di una vita propria, di una vera famiglia. Chiedersi a che età si diventa uomini per non essere considerati più ragazzi.
Ho sempre pensato al futuro come se fossi immortale, un super eroe della Marvel, che so, un Thor, un Silver Surfer, come se il tempo non passasse per me. Come se l’unica cosa veramente importante fosse ciò che deve ancora accadere e non quello che vivo adesso, ora.
Forse è per questo che, come dice Berlusconi, non mi piace quello che vedo quando mi guardo allo specchio.
Solo ieri ero un ragazzetto insicuro che non sapeva cosa sarebbe stato della propria vita, e oggi, chi è quella faccia coi capelli brizzolati e la barba sale e pepe che mi sta guardando?
Cosa farò da grande? Come sarà il mondo domani? Che cosa troverò dopo la scuola? Come sarà, se ci sarà, la mia famiglia, la mia vita, il mio futuro?
Appena potrò permettermelo voglio una grande libreria, in una casa fatta come dico io. Appena ci siamo sistemati col lavoro faremo questo e quest’altro. Quando i bambini saranno più grandi, allora li porteremo in quel posto e anche in quell’altro, dove ci siamo divertiti tanto da giovani.
Tanti domani, tanti progetti, tante fantasticherie, tante speranze.
Il risultato? Che spesso ci si dimentica di vivere il presente.
Da piccolo, la fretta di crescere non era mai abbastanza. Non bastava dire di avere otto o dieci anni: si diceva otto anni e mezzo, o quasi undici, in una fretta di mangiarsi il futuro, prenderlo per la camicia, rallentarlo, illudersi di raggiungerlo.
I quattordici anni per il motorino, i sedici per il patentino, i diciotto per l’automobile, sposarsi per raggiungere l’indipendenza di una vita propria, di una vera famiglia. Chiedersi a che età si diventa uomini per non essere considerati più ragazzi.
Ho sempre pensato al futuro come se fossi immortale, un super eroe della Marvel, che so, un Thor, un Silver Surfer, come se il tempo non passasse per me. Come se l’unica cosa veramente importante fosse ciò che deve ancora accadere e non quello che vivo adesso, ora.
Forse è per questo che, come dice Berlusconi, non mi piace quello che vedo quando mi guardo allo specchio.
Solo ieri ero un ragazzetto insicuro che non sapeva cosa sarebbe stato della propria vita, e oggi, chi è quella faccia coi capelli brizzolati e la barba sale e pepe che mi sta guardando?
Chi mi ha rubato tutto il tempo che sta fra questi estremi? Quello che è successo lo so, ma preso com’ero dal luccicante futuro, ho come l’impressione di non aver sfruttato come si deve un passato spesso remoto.
giovedì 28 aprile 2011
Grafica e ciabatte
Una volta ho lavorato per un tizio, anche lui grafico, che divideva lo studio dalle parti di via Nino Bixio con un architetto o qualcosa del genere.
Si occupava di impaginare le versioni italiane di quei libri del Reader’s Digest e simili che hanno perseguitato le nostre famiglie dalla cultura medio-bassa negli anni settanta e ottanta.
Il meraviglioso mondo degli animali, oppure La vita nella savana, Le foreste pluviali del sud America, Marocco misterioso, I popoli della Terra e altre amenità del genere.
Il mio compito consisteva nell'inserire il testo italiano nelle gabbie che arrivavano dall’estero e, dato che notoriamente l’italiano era sempre più lungo dell’inglese, fare le relative correzioni di bozza per far rientrare il testo e correggere i refusi.
Il compenso a pagina era davvero basso: qualcosa come 500 o mille lire, ma ero piuttosto veloce e preciso e quindi faceva brodo.
L’unico inconveniente è nato dal fatto che una volta ho dato un leggerissimo track - qualcosa come -0,3 o -0,5 - per far rientrare qualche lettera ed evitare almeno un giro di bozze. Mi è stata fatta una lavata di testa perché l’editore non voleva assolutamente che il carattere subisse la minima modifica o variazione dovuta a questo tipo di accorgimenti. Insomma, doveva essere sempre perfettamente identico a se stesso. Una linea di condotta sulla quale non ho nulla da eccepire e una delle grandi lezioni sui caratteri del mio bagaglio professionale.
La prima lezione però l’ho imparata quando il lettering si faceva coi trasferibili Letraset. L’armonia tra le lettere (crenatura o kern) non è una cosa campata in aria; sapere quanto spazio lasciare fra due lettere curve - per esempio una “b” e una “o” - o fra un bastone e una curva - come fra la “d” e la “o” - o ancora fra due bastoni - come fra la “l” e la “i” - era una cosa che si imparava con l’esperienza. Non esistevano misure da prendere col righello, era una questione di occhio e sensibilità.
Si occupava di impaginare le versioni italiane di quei libri del Reader’s Digest e simili che hanno perseguitato le nostre famiglie dalla cultura medio-bassa negli anni settanta e ottanta.
Il meraviglioso mondo degli animali, oppure La vita nella savana, Le foreste pluviali del sud America, Marocco misterioso, I popoli della Terra e altre amenità del genere.
Il mio compito consisteva nell'inserire il testo italiano nelle gabbie che arrivavano dall’estero e, dato che notoriamente l’italiano era sempre più lungo dell’inglese, fare le relative correzioni di bozza per far rientrare il testo e correggere i refusi.
Il compenso a pagina era davvero basso: qualcosa come 500 o mille lire, ma ero piuttosto veloce e preciso e quindi faceva brodo.
L’unico inconveniente è nato dal fatto che una volta ho dato un leggerissimo track - qualcosa come -0,3 o -0,5 - per far rientrare qualche lettera ed evitare almeno un giro di bozze. Mi è stata fatta una lavata di testa perché l’editore non voleva assolutamente che il carattere subisse la minima modifica o variazione dovuta a questo tipo di accorgimenti. Insomma, doveva essere sempre perfettamente identico a se stesso. Una linea di condotta sulla quale non ho nulla da eccepire e una delle grandi lezioni sui caratteri del mio bagaglio professionale.
La prima lezione però l’ho imparata quando il lettering si faceva coi trasferibili Letraset. L’armonia tra le lettere (crenatura o kern) non è una cosa campata in aria; sapere quanto spazio lasciare fra due lettere curve - per esempio una “b” e una “o” - o fra un bastone e una curva - come fra la “d” e la “o” - o ancora fra due bastoni - come fra la “l” e la “i” - era una cosa che si imparava con l’esperienza. Non esistevano misure da prendere col righello, era una questione di occhio e sensibilità.
Un altro maestro in questo senso è stato l’art director sosia di Carl Marx. Da lui ho imparato ad apprezzare la pulizia di un testo, l’equilibrio fra corpo e interlinea, l’armonia delle spaziature.
A pensarci adesso sono cose che fanno incazzare; una vita a imparare la sensibilità, l’armonia, le proporzioni e ora non frega più un cazzo a nessuno. La maggior parte delle crenature le fa (male) il computer in automatico, quasi tutti i grafici non capiscono nemmeno di cosa stia parlando e i clienti, beh, lasciamo perdere, basta guardare cosa si vede in giro per capire che l’unico plus che interessa loro è il costo: più è basso è meglio è.
Solo una decina d’anni fa, trovare qualche refuso in un libro era qualcosa di impossibile; oggi non c’è libro che abbia letto, anche di case editrici importanti, che non abbia almeno tre o quattro refusi.
Comunque, tornando al tipo di via Nino Bixio, era uno piuttosto strano. Non nell’accezione comune che vede chi fa questo mestiere come uno che per forza deve andare in giro con un cappello da Davy Crockett e gli stivali da Waffen-SS, ma proprio perché era l’esatto opposto. Capelli spettinati come di uno che si è appena alzato dal letto, blue jeans, una felpa da fornaio e le ciabatte. Ma proprio ciabatte di quelle dei nonni: quelle marroni, di finta pelle, con due fasce incrociate davanti. D’estate poi, era sempre in pantaloncini corti e canottiera come Ninetto Davoli nel Carosello della Saiwa degli anni ‘70. (http://www.youtube.com/watch?v=fjdhYuMvypg)
Una volta l’ho incontrato mentre mentre scendevo dall’auto, una Nissan Micra 1300 che ci ha scarrozzato per quasi tredici anni, era insieme a una ragazza che gli faceva da assistente. Appena mi vede lei fa:
“Che bella! La Nissan Micra! L’auto dei sogni di S.!”
S. era il tizio, insomma, quello per cui lavoravo, che era di fianco a lei e guardava la mia macchina con gli occhi che brillavano e un sorrisino che spuntava in mezzo alla barba.
Sono rimasto leggermente interdetto. D’accordo che era uscita da pochissimo, parliamo quindi del 1993, ma da qui a considerare un’utilitaria anche piuttosto economica, come l’auto dei propri sogni, beh, è alquanto strano.
Non è che con questa storia volessi dimostrare qualcosa di particolare o curioso, se mai è curioso il motivo per cui si ricordano certe persone o alcune circostanze. Ecco perché, almeno per me, S. sarà sempre il grafico in canottiera e ciabatte che sognava di possedere una Nissan Micra.
A pensarci adesso sono cose che fanno incazzare; una vita a imparare la sensibilità, l’armonia, le proporzioni e ora non frega più un cazzo a nessuno. La maggior parte delle crenature le fa (male) il computer in automatico, quasi tutti i grafici non capiscono nemmeno di cosa stia parlando e i clienti, beh, lasciamo perdere, basta guardare cosa si vede in giro per capire che l’unico plus che interessa loro è il costo: più è basso è meglio è.
Solo una decina d’anni fa, trovare qualche refuso in un libro era qualcosa di impossibile; oggi non c’è libro che abbia letto, anche di case editrici importanti, che non abbia almeno tre o quattro refusi.
Comunque, tornando al tipo di via Nino Bixio, era uno piuttosto strano. Non nell’accezione comune che vede chi fa questo mestiere come uno che per forza deve andare in giro con un cappello da Davy Crockett e gli stivali da Waffen-SS, ma proprio perché era l’esatto opposto. Capelli spettinati come di uno che si è appena alzato dal letto, blue jeans, una felpa da fornaio e le ciabatte. Ma proprio ciabatte di quelle dei nonni: quelle marroni, di finta pelle, con due fasce incrociate davanti. D’estate poi, era sempre in pantaloncini corti e canottiera come Ninetto Davoli nel Carosello della Saiwa degli anni ‘70. (http://www.youtube.com/watch?v=fjdhYuMvypg)
Una volta l’ho incontrato mentre mentre scendevo dall’auto, una Nissan Micra 1300 che ci ha scarrozzato per quasi tredici anni, era insieme a una ragazza che gli faceva da assistente. Appena mi vede lei fa:
“Che bella! La Nissan Micra! L’auto dei sogni di S.!”
S. era il tizio, insomma, quello per cui lavoravo, che era di fianco a lei e guardava la mia macchina con gli occhi che brillavano e un sorrisino che spuntava in mezzo alla barba.
Sono rimasto leggermente interdetto. D’accordo che era uscita da pochissimo, parliamo quindi del 1993, ma da qui a considerare un’utilitaria anche piuttosto economica, come l’auto dei propri sogni, beh, è alquanto strano.
Non è che con questa storia volessi dimostrare qualcosa di particolare o curioso, se mai è curioso il motivo per cui si ricordano certe persone o alcune circostanze. Ecco perché, almeno per me, S. sarà sempre il grafico in canottiera e ciabatte che sognava di possedere una Nissan Micra.
lunedì 4 aprile 2011
Ecco come sono
Per uno come me, nato nei primi anni sessanta, immaginare il duemila, il ventunesimo secolo, era un esercizio frequente e leggermente ansiogeno.
Prima del liceo, immaginavo anni così smisuratamente lontani, in termini di fantascienza. Ero affascinato da tutto ciò che mi permetteva di evadere da un mondo che in fondo non era nemmeno così brutto, e da tutti quei film che promettevano cose strabilianti, e in ansia per altri che, invece, disegnavano il futuro come qualcosa di terribilmente inquietante, o che avrebbe visto il genere umano sottomesso ad alieni crudeli, il cui unico scopo era ridurre il mondo a un’enorme dispensa alimentare.
Alcuni di questi film sono e rimarranno per sempre nella memoria come una sorta di pietra miliare sulla strada della mia vita; Il Pianeta Proibito (con l’incredibile robot Robbie); La Meteora Infernale; Radiazioni B.X.: Distruzione Uomo; A come Andromeda (lo sceneggiato con Paola Pitagora); Ultimatum alla Terra; La Guerra dei Mondi; Il Mostro della Laguna Nera; L’Invasione degli Ultracorpi; Blob, Fluido Mortale e tanti altri.
È incredibile pensare che quando sarò con un piede nella fossa, il mio pensiero sarà ancora in parte occupato da queste meraviglie adolescenziali, da questi sogni di bambino. Forse il mio è stato un modo per evedere: da piccolo, da una vita troppo regolata e un po’ soffocante, da adolescente, dagli impegni incombenti della vita adulta e ora, da una realtà con cui non riesco ad andare d’accordo.
Mano a mano che l’idea di duemila si faceva più verosimile e reale nel mio cervello, cominciai ad essere ossessionato da quei film sempre più vicini alla data fatidica, nella quale immaginavo un modo radicalmente diverso da quello in cui vivevo; futuribile, avveniristico, pacificato, razionale e finalmente libero da credenze ataviche e superstizioni medioevali.
1975: Occhi bianchi sul Pianeta Terra; 1997 Fuga da New York; 1999, Conquista della Terra; Spazio 1999; 2000: la Fine dell’Uomo; 2001: Odissea nello Spazio; 2002 La Seconda Odissea; 2010 l’Anno del Contatto; 2022: I Sopravvissuti.
Alcuni portavano messaggi positivi, ma altri, - a dispetto delle mie convinzioni - erano incredibilmente pessimisti, come per esempio 2022, nel quale il pianeta è devastato da inquinamento e sovrapopolazione.
Quelle date, una a una, sono state tutte raggiunte e superate, anche se con un vago senso di straniamento, e il mondo è peggiorato. Sì, va beh, abbiamo i telefoni cellulari, i computer, la tac. Ma il resto? Dove sono le auto volanti? Perché siamo ancora schiavi del denaro? Perché il mondo è ancora così ingiuto e le disparità sociali ancora più ampie? Perché si muore ancora di cancro soffrendo, a dispetto di terapie che potrebbero annullare il dolore? E soprattutto, perché la religione ci sta ributtando indietro di secoli a calci nel culo e spauracchi primordiali?
Almeno ho la soddisfazione di vedere com’è la mia faccia da quasi cinquantenne, e non mi sembra poi così diversa da prima. La barba è più bianca che scura, d’accordo, però i capelli, anche se più radi, resistono e sono ingrigiti solo un po’ sulle tempie, come Reed Richards dei Fantastici Quattro.
Ecco allora come sono, ecco com’è diventato quello che, a quattordici anni, pensava che nel 2011 sarebbe stato un vecchio decrepito, addirittura impossibile da immaginare.
Ma dentro, appena sotto i peli grigi e le occhiaie della mattina, sono sempre lo stesso. Non tale e quale perché sarebbe idiota pensare di rimanere sempre gli stessi, ma quello che è il nocciolo vitale, l’essenza primordiale, è sempre il medesimo di quel bambino che guardava Il Pianeta Proibito, affascinato oltre ogni immaginazione e anche spaventato da forze oscure provenienti dal profondo della nostra stessa anima, il lato oscuro che ognuno possiede.
Se il segreto che ogni americano vorrebbe vedere svelato prima di morire è: chi ha ucciso realmente il presidente Kennedy? Per me non sarebbe sapere chi ha abbattuto l’aereo su Ustica o ha messo la bomba alla stazione di Bologna - perché in realtà già lo so - ma se esiste una qualche altra forma di intelligenza nell’universo.
Personalmente penso di sì, ma credo anche che le distanze e le scale temporali siano così enormi che sarebbe come pretendere qualcosa di così statisticamente improbabile da essere virtualmente impossibile.
Eppure, questa sarebbe per me la vera e unica domanda a cui anelerei trovare la risposta prima di andarmene.
Probabilmente una notizia del genere provocherebbe uno shock culturale così devastante per ogni abitante di questo mondo, da renderlo, questa volta sì - altro che 11 settembre! - diverso per sempre. Credo proprio che questo sia ciò che ci manca per effettuare il prossimo salto culturale ed evolutivo.
Tornando coi piedi per terra, penso invece che anche i nostri rapporti con la Francia e gli editori francesi siano andati a scatafascio. Ho ricevuto notizie dalla segretaria dell’editore, la quale, dice che le nostre pagine sono state molto apprezzate dal punto di vista tecnico, ma che hanno sollevato pareri contrastanti per ciò che riguarda la parte creativa: alcuni favorevoli, altri contrari. Dice di avere pazienza per qualche giorno e che, entro la settimana, riceveremo una risposta definitiva.
Sono troppo sgamato - o pessimista - per non capire che anche questa volta abbiamo fatto un buco nell’acqua. Anzi, a questo punto comincio seriamente a domandarmi se siamo noi a non funzionare più come dovremmo, tanto che, anche se ho deliberatamente deciso di non allegare mai immagini a questo blog, sono davvero tentato di sottoporre al vostro giudizio i lavori che ci hanno portato a fallire così spesso in questi ultimi tempi.
Prima del liceo, immaginavo anni così smisuratamente lontani, in termini di fantascienza. Ero affascinato da tutto ciò che mi permetteva di evadere da un mondo che in fondo non era nemmeno così brutto, e da tutti quei film che promettevano cose strabilianti, e in ansia per altri che, invece, disegnavano il futuro come qualcosa di terribilmente inquietante, o che avrebbe visto il genere umano sottomesso ad alieni crudeli, il cui unico scopo era ridurre il mondo a un’enorme dispensa alimentare.
Alcuni di questi film sono e rimarranno per sempre nella memoria come una sorta di pietra miliare sulla strada della mia vita; Il Pianeta Proibito (con l’incredibile robot Robbie); La Meteora Infernale; Radiazioni B.X.: Distruzione Uomo; A come Andromeda (lo sceneggiato con Paola Pitagora); Ultimatum alla Terra; La Guerra dei Mondi; Il Mostro della Laguna Nera; L’Invasione degli Ultracorpi; Blob, Fluido Mortale e tanti altri.
È incredibile pensare che quando sarò con un piede nella fossa, il mio pensiero sarà ancora in parte occupato da queste meraviglie adolescenziali, da questi sogni di bambino. Forse il mio è stato un modo per evedere: da piccolo, da una vita troppo regolata e un po’ soffocante, da adolescente, dagli impegni incombenti della vita adulta e ora, da una realtà con cui non riesco ad andare d’accordo.
Mano a mano che l’idea di duemila si faceva più verosimile e reale nel mio cervello, cominciai ad essere ossessionato da quei film sempre più vicini alla data fatidica, nella quale immaginavo un modo radicalmente diverso da quello in cui vivevo; futuribile, avveniristico, pacificato, razionale e finalmente libero da credenze ataviche e superstizioni medioevali.
1975: Occhi bianchi sul Pianeta Terra; 1997 Fuga da New York; 1999, Conquista della Terra; Spazio 1999; 2000: la Fine dell’Uomo; 2001: Odissea nello Spazio; 2002 La Seconda Odissea; 2010 l’Anno del Contatto; 2022: I Sopravvissuti.
Alcuni portavano messaggi positivi, ma altri, - a dispetto delle mie convinzioni - erano incredibilmente pessimisti, come per esempio 2022, nel quale il pianeta è devastato da inquinamento e sovrapopolazione.
Quelle date, una a una, sono state tutte raggiunte e superate, anche se con un vago senso di straniamento, e il mondo è peggiorato. Sì, va beh, abbiamo i telefoni cellulari, i computer, la tac. Ma il resto? Dove sono le auto volanti? Perché siamo ancora schiavi del denaro? Perché il mondo è ancora così ingiuto e le disparità sociali ancora più ampie? Perché si muore ancora di cancro soffrendo, a dispetto di terapie che potrebbero annullare il dolore? E soprattutto, perché la religione ci sta ributtando indietro di secoli a calci nel culo e spauracchi primordiali?
Almeno ho la soddisfazione di vedere com’è la mia faccia da quasi cinquantenne, e non mi sembra poi così diversa da prima. La barba è più bianca che scura, d’accordo, però i capelli, anche se più radi, resistono e sono ingrigiti solo un po’ sulle tempie, come Reed Richards dei Fantastici Quattro.
Ecco allora come sono, ecco com’è diventato quello che, a quattordici anni, pensava che nel 2011 sarebbe stato un vecchio decrepito, addirittura impossibile da immaginare.
Ma dentro, appena sotto i peli grigi e le occhiaie della mattina, sono sempre lo stesso. Non tale e quale perché sarebbe idiota pensare di rimanere sempre gli stessi, ma quello che è il nocciolo vitale, l’essenza primordiale, è sempre il medesimo di quel bambino che guardava Il Pianeta Proibito, affascinato oltre ogni immaginazione e anche spaventato da forze oscure provenienti dal profondo della nostra stessa anima, il lato oscuro che ognuno possiede.
Se il segreto che ogni americano vorrebbe vedere svelato prima di morire è: chi ha ucciso realmente il presidente Kennedy? Per me non sarebbe sapere chi ha abbattuto l’aereo su Ustica o ha messo la bomba alla stazione di Bologna - perché in realtà già lo so - ma se esiste una qualche altra forma di intelligenza nell’universo.
Personalmente penso di sì, ma credo anche che le distanze e le scale temporali siano così enormi che sarebbe come pretendere qualcosa di così statisticamente improbabile da essere virtualmente impossibile.
Eppure, questa sarebbe per me la vera e unica domanda a cui anelerei trovare la risposta prima di andarmene.
Probabilmente una notizia del genere provocherebbe uno shock culturale così devastante per ogni abitante di questo mondo, da renderlo, questa volta sì - altro che 11 settembre! - diverso per sempre. Credo proprio che questo sia ciò che ci manca per effettuare il prossimo salto culturale ed evolutivo.
Tornando coi piedi per terra, penso invece che anche i nostri rapporti con la Francia e gli editori francesi siano andati a scatafascio. Ho ricevuto notizie dalla segretaria dell’editore, la quale, dice che le nostre pagine sono state molto apprezzate dal punto di vista tecnico, ma che hanno sollevato pareri contrastanti per ciò che riguarda la parte creativa: alcuni favorevoli, altri contrari. Dice di avere pazienza per qualche giorno e che, entro la settimana, riceveremo una risposta definitiva.
Sono troppo sgamato - o pessimista - per non capire che anche questa volta abbiamo fatto un buco nell’acqua. Anzi, a questo punto comincio seriamente a domandarmi se siamo noi a non funzionare più come dovremmo, tanto che, anche se ho deliberatamente deciso di non allegare mai immagini a questo blog, sono davvero tentato di sottoporre al vostro giudizio i lavori che ci hanno portato a fallire così spesso in questi ultimi tempi.
venerdì 25 marzo 2011
Corri, ragazzo corri
Faccio il grafico da non so nemmeno più quanti anni. Non dico art director perché la cosa mi fa un po' vergognare e inoltre mi infastidisce essere paragonato a certi creativi che girano per Milano.
Ho passato centinaia di ore in camere oscure maleodoranti, ho appiccicato strisciate di testo con la cow gum su esecutivi realizzati con squadre e rapidograph, mi sono rovinato la vista sui tavoli luminosi e tagliato le dita coi bisturi, ho imparato a usare i macintosh, i programmi di grafica vettoriale, di fotoritocco, di impaginazione, ho speso piccole fortune in hardware che però ho sempre ripagato col mio lavoro.
Mi posso vantare di non aver mai leccato il culo a nessuno, di non essere stato raccomandato da uno zio prete o maresciallo della finanza, con la politica poi, l’unica occasione in cui ci ho avuto a che fare è stato quando, durante il mio primo vero lavoro, abbiamo realizzato i manifesti elettorali per un industrialotto della bassa che si voleva candidare a non so più che cosa. Naturalmente è stato trombato e la cosa è finità lì.
Non è come fare l’impiegato o il commesso; ogni lavoro, ogni cosa che inventi, ogni nuovo cliente, è come un esame da sostenere, con lo stesso stress, la stessa irrequietudine, la stessa insicurezza che attanaglia lo stomaco tutte le sante volte.
Col tempo ho scoperto di non essere quel “grande bluff” che credevo, quella bella scatola vuota che si riempiva solo con la farina altrui, sono riuscito a liberarmi del cilicio psicologico che mia madre aveva costruito in tanti anni e ho cominciato ad acquisire quella fiducia che mi ha portato sempre avanti con soddisfazione.
Ma questo è un periodo in cui gli esami sono più numerosi che in passato. Sarà perché nessuno si fida più di nessuno, sarà perché, prima di spendere i soldi, si vuole già vedere il cammello, che ne so. Fatto stà che si lavora in gara; chi presenta il progetto migliore, chi è il più economico, sarà il vincitore.
Per questo continuo a combattere, ad affrontare ogni occasione col massimo impegno, perché per me, per la mia famiglia, vincere una delle gare per cui stiamo perdendo il sonno, significa tornare a vivere, mangiare, andare in vacanza, assurgere nuovamente a esseri umani.
Non è come fare l’impiegato o il commesso; ogni lavoro, ogni cosa che inventi, ogni nuovo cliente, è come un esame da sostenere, con lo stesso stress, la stessa irrequietudine, la stessa insicurezza che attanaglia lo stomaco tutte le sante volte.
Col tempo ho scoperto di non essere quel “grande bluff” che credevo, quella bella scatola vuota che si riempiva solo con la farina altrui, sono riuscito a liberarmi del cilicio psicologico che mia madre aveva costruito in tanti anni e ho cominciato ad acquisire quella fiducia che mi ha portato sempre avanti con soddisfazione.
Ma questo è un periodo in cui gli esami sono più numerosi che in passato. Sarà perché nessuno si fida più di nessuno, sarà perché, prima di spendere i soldi, si vuole già vedere il cammello, che ne so. Fatto stà che si lavora in gara; chi presenta il progetto migliore, chi è il più economico, sarà il vincitore.
Per questo continuo a combattere, ad affrontare ogni occasione col massimo impegno, perché per me, per la mia famiglia, vincere una delle gare per cui stiamo perdendo il sonno, significa tornare a vivere, mangiare, andare in vacanza, assurgere nuovamente a esseri umani.
PS: vediamo chi si accorge della citazione nel titolo...
venerdì 18 marzo 2011
L'indifferenza
La nuova dentista è velocissima. Non più di mezz’ora per devitalizzare e otturare un dente e una ventina di minuti per sistemare una carie.
Non rimpiango nemmeno un po’ la precedente, quella che, dopo qualche mese dal divorzio, si presentò in studio con i capelli tinti di un turchino brillante.
Forse avrei dovuto capire che non era più una persona affidabile, non solo per i capelli - ho sempre pensato, in contrasto con l’edonismo imperante, che l’abito non faccia il monaco - ma, più che altro, perché totalmente succube di facebook e internet.
Essere il primo cliente della giornata non serviva ad evitare un’attesa di almeno mezz’ora, durante la quale, l’emula della fata turchina, si perdeva nei meandri di facebook, farmville e post vari. Probabilmente anche le prestazioni risentivano della smania di riprendere ciò che era stato malamente interrotto da pazienti bisognosi di cure, tanto che ora mi ritrovo a dover risistemare praticamente tutto quello che ha incautamente fatto alla mia povera bocca.
Per questo non posso che apprezzare la velocità e l’uso generoso dell’anestesia di questa nuova dentista che, incredibilmente, appare come un incrocio fra quella vecchia e Rosy Bindi se fosse più magra di una ventina di chili.
E apprezzo pure l’obbligo di transitare davanti a tre librerie prima di arrivare al suo studio. Cosa che mi consente di consolarmi - come un bambino piccolo - acquistando un piccolo regalino ad ogni seduta.
L’ultimo è stato Le cazzate che dice mio padre di Justin Halpern, libro nato come sempre per caso, nel quale l’autore racconta di un lessico famigliare composto da perle di comica saggezza elargite dal vecchio padre. Tanto per dirne una: “A volte la vita ti lascia una banconota da cento dollari nel cassetto, e solo molto più tardi scopri che era un ringraziamento per avertela messa nel culo”.
Lo so che a un occhio ipocrita possono sembrare bizzarrie volgari e di basso livello ma, tanto per mettere le cose in chiaro, pare che il vecchio genitore si occupasse addirittura di medicina nucleare e tenesse conferenze nelle università.
In effetti è una cosa che non mi meraviglia più di tanto, visto che è più o meno lo stesso modo di parlare che ho sempre avuto anch’io, anche se posso capire che non è la norma nella maggior parte delle famiglie che, però, mi permetto di giudicare un tantino ipocrite e perbeniste.
Ma quello che più mi ha conquistato di questo libro è che, benché il padre possa apparire burbero, scostante, cinico e sboccato, ha grande considerazione del figlio, lo sprona, gli dice che è una persona in gamba e, anche i castighi che gli infligge, sono sempre accompagnati da un dialogo franco, alla pari.
Allora il linguaggio volgare non ha più grande importanza, anzi, crea una maggiore risonanza all’amore verso i figli, alla voglia di insegnare loro che la vita è bella, ma a volte fa anche schifo, è una bastarda e bisogna sempre combattere senza paura di quelli più grossi di noi. “Non ti devi spaventare per quanto è grosso un buco del culo, ma dalla quantità di merda che è in grado di produrre”.
Ecco perché avrei preferito un padre che dicesse parolacce e raccontasse metafore sconce, che parlasse col proprio figlio, gli dicesse di volergli bene, che era in gamba, invece di un padre che non c’era mai se non nel momento del castigo serio, quello di quando l’avevi fatta grossa, o almeno, grossa agli occhi di mia madre, anche lei priva di un linguaggio anche lontanamente scorretto, ma che attraverso un’opera di sottile plagio, mi riduceva a un pupazzetto voodoo nelle sue mani.
Insomma, trattami male, usa un linguaggio scurrile quanto vuoi, dì pane al pane, ma cagami, considerami come un essere umano con la sua personalità, le sue debolezze e fragilità, ma pur sempre una persona, non un’icona da portare nel cuore perché tanto sei sempre fuori casa, o come un pupazzetto, un bambolotto stuprato da una bambina viziata e stupida.
Ecco forse qual è il destino peggiore: l’indifferenza, la falsa comprensione, l'ipocrisia, il perbenismo, le belle parole non seguite dai fatti.
Non rimpiango nemmeno un po’ la precedente, quella che, dopo qualche mese dal divorzio, si presentò in studio con i capelli tinti di un turchino brillante.
Forse avrei dovuto capire che non era più una persona affidabile, non solo per i capelli - ho sempre pensato, in contrasto con l’edonismo imperante, che l’abito non faccia il monaco - ma, più che altro, perché totalmente succube di facebook e internet.
Essere il primo cliente della giornata non serviva ad evitare un’attesa di almeno mezz’ora, durante la quale, l’emula della fata turchina, si perdeva nei meandri di facebook, farmville e post vari. Probabilmente anche le prestazioni risentivano della smania di riprendere ciò che era stato malamente interrotto da pazienti bisognosi di cure, tanto che ora mi ritrovo a dover risistemare praticamente tutto quello che ha incautamente fatto alla mia povera bocca.
Per questo non posso che apprezzare la velocità e l’uso generoso dell’anestesia di questa nuova dentista che, incredibilmente, appare come un incrocio fra quella vecchia e Rosy Bindi se fosse più magra di una ventina di chili.
E apprezzo pure l’obbligo di transitare davanti a tre librerie prima di arrivare al suo studio. Cosa che mi consente di consolarmi - come un bambino piccolo - acquistando un piccolo regalino ad ogni seduta.
L’ultimo è stato Le cazzate che dice mio padre di Justin Halpern, libro nato come sempre per caso, nel quale l’autore racconta di un lessico famigliare composto da perle di comica saggezza elargite dal vecchio padre. Tanto per dirne una: “A volte la vita ti lascia una banconota da cento dollari nel cassetto, e solo molto più tardi scopri che era un ringraziamento per avertela messa nel culo”.
Lo so che a un occhio ipocrita possono sembrare bizzarrie volgari e di basso livello ma, tanto per mettere le cose in chiaro, pare che il vecchio genitore si occupasse addirittura di medicina nucleare e tenesse conferenze nelle università.
In effetti è una cosa che non mi meraviglia più di tanto, visto che è più o meno lo stesso modo di parlare che ho sempre avuto anch’io, anche se posso capire che non è la norma nella maggior parte delle famiglie che, però, mi permetto di giudicare un tantino ipocrite e perbeniste.
Ma quello che più mi ha conquistato di questo libro è che, benché il padre possa apparire burbero, scostante, cinico e sboccato, ha grande considerazione del figlio, lo sprona, gli dice che è una persona in gamba e, anche i castighi che gli infligge, sono sempre accompagnati da un dialogo franco, alla pari.
Allora il linguaggio volgare non ha più grande importanza, anzi, crea una maggiore risonanza all’amore verso i figli, alla voglia di insegnare loro che la vita è bella, ma a volte fa anche schifo, è una bastarda e bisogna sempre combattere senza paura di quelli più grossi di noi. “Non ti devi spaventare per quanto è grosso un buco del culo, ma dalla quantità di merda che è in grado di produrre”.
Ecco perché avrei preferito un padre che dicesse parolacce e raccontasse metafore sconce, che parlasse col proprio figlio, gli dicesse di volergli bene, che era in gamba, invece di un padre che non c’era mai se non nel momento del castigo serio, quello di quando l’avevi fatta grossa, o almeno, grossa agli occhi di mia madre, anche lei priva di un linguaggio anche lontanamente scorretto, ma che attraverso un’opera di sottile plagio, mi riduceva a un pupazzetto voodoo nelle sue mani.
Insomma, trattami male, usa un linguaggio scurrile quanto vuoi, dì pane al pane, ma cagami, considerami come un essere umano con la sua personalità, le sue debolezze e fragilità, ma pur sempre una persona, non un’icona da portare nel cuore perché tanto sei sempre fuori casa, o come un pupazzetto, un bambolotto stuprato da una bambina viziata e stupida.
Ecco forse qual è il destino peggiore: l’indifferenza, la falsa comprensione, l'ipocrisia, il perbenismo, le belle parole non seguite dai fatti.
Gheddafi è un mostro, un dittatore, un povero pagliaccio sanguinario, ma al di là delle parole, la comunità internazionale gli permette di massacrare il suo stesso popolo in nome di interessi o paure.
Il Giappone è in ginocchio; i cadaveri galleggiano sul mare, infestano le spiagge, marciscono sotto le macerie, un terremoto, uno tsunami e un disastro nucleare hanno gettato questo popolo che, forse ingiustamente, ho considerato stupido e xenofobo, in un incubo da dopoguerra fatto di fame, paura e incertezza verso il futuro. Ma ci si preoccupa solo di dire che il nucleare è l’unica via, anzi, come dice quel povero vecchio presuntuoso di Umberto Veronesi, è l’energia pulita del futuro.
A proposito, primo o poi racconterò - per esperienza diretta - di quanto fosse stronzo il profeta del cancro che in televisione sorride a ottanta denti.
Come chiamare tutto ciò se non indifferenza? La stessa che uccide i popoli e rovina i bambini.
martedì 15 marzo 2011
Denti e libri
Pioggia e brutto tempo favoriscono l’introspezione, la profondità delle idee, la riflessione profonda. Lo dicono i soliti eminenti studiosi, ormai famosi per la quotidiana riscoperta dell’acqua calda; un po’ come Saviano.
Sono felice di aver ricominciato a lavorare. Non di aver risolto una situazione ancora quanto mai incerta, ma di muovere almeno le mani per guadagnare un migliaio di euro che vedrò, se tutto va bene, fra tre mesi.
Sono felice di aver ricominciato a lavorare. Non di aver risolto una situazione ancora quanto mai incerta, ma di muovere almeno le mani per guadagnare un migliaio di euro che vedrò, se tutto va bene, fra tre mesi.
L’unica introspezione che posso permettermi questa mattina è quindi lo scavo archeologico del mio conto corrente, ridotto a non più di qualche centinaio di euro.
La ragazza di Messina l’ho ricevuta ieri. Il lavoro sarebbe anche interessante ma, come al solito, mi ha correttamente avvertito del fatto che sarò comunque in gara con altre strutture. La cosa non mi preoccupa più di tanto. Ho lavorato gratis per mesi, una settimana più o una meno non mi cambieranno di certo la vita.
Quello che davvero mi sta esaurendo è lo stillicidio di visite dalla dentista. Con ieri sono al quinto appuntamento e al terzo dente.
La ragazza di Messina l’ho ricevuta ieri. Il lavoro sarebbe anche interessante ma, come al solito, mi ha correttamente avvertito del fatto che sarò comunque in gara con altre strutture. La cosa non mi preoccupa più di tanto. Ho lavorato gratis per mesi, una settimana più o una meno non mi cambieranno di certo la vita.
Quello che davvero mi sta esaurendo è lo stillicidio di visite dalla dentista. Con ieri sono al quinto appuntamento e al terzo dente.
Da piccolo, le visite dal pediatra, un vecchio medico di origini asburgiche che assomigliava a Geppetto, erano accompagnate da un piccolo regalino: un’automobilina, qualche soldatino e cose del genere.
Forse è per questa reminiscenza che ogni volta che esco dalla dentista mi infilo in una libreria. Anche volendo non potrei ignorarle; in meno di cinquanta metri, sono costretto a vedere le vetrine della Feltrinelli, della Libreria del Corso e della Libreria Puccini. Così, appuntamento dopo appuntamento, torno sempre a casa con un libro in mano.
Ho approfittato degli sconti del 25 per cento sugli Oscar Mondadori, per comprare Petrolio di Pier Paolo Pasolini, della tessera sconto della Feltrinelli per L’isola di Sukkwann di David Vann e degli sconti del 25 per cento su tutto della Libreria del Corso, per La moneta di Akragas di Andrea Camilleri e La versione di Barney di Mordecai Richler.
Ora spero di finirla presto con questi denti maledetti perché, dieci euro alla volta, ne ho già spesi quasi quaranta in due settimane, ed è una cosa che non posso permettermi di continuare a fare ancora per molto.
Ora spero di finirla presto con questi denti maledetti perché, dieci euro alla volta, ne ho già spesi quasi quaranta in due settimane, ed è una cosa che non posso permettermi di continuare a fare ancora per molto.
lunedì 14 marzo 2011
La Bella e la Bestia
Venerdì sera siamo stati invitati a cena dall’ex direttore. E chissenefrega. Infatti, è quello che ho pensato anch’io. Queste erano cose che trovavamo eccitanti diversi anni fa, in epoca pre-maternità e paternità.
Figuriamoci oggi, in questo clima di disincanto che ha reso insignificante ai nostri occhi tutto ciò che non fa parte di noi, della nostra famiglia, dei nostri bisogni, del nostro bastarci a vicenda.
Figuriamoci oggi, in questo clima di disincanto che ha reso insignificante ai nostri occhi tutto ciò che non fa parte di noi, della nostra famiglia, dei nostri bisogni, del nostro bastarci a vicenda.
Forse sono state troppe le delusioni, i comportamenti inaspettati, l’essere presi in giro o, peggio, l’essere ignorati da quella rete di affetti che ogni persona pensa di avere, di essersi costruito nel corso della vita.
E così, è normale che non si abbia più voglia di vedere gente, essere brillanti e spiritosi, o educati, gentili e tutta quella serie di cose a cui ci si deve piegare nei rapporti col prossimo. Quando ogni giorno devi trovare il modo di mettere insieme il pranzo con la cena, questo genere di inviti sono davvero l’ultima cosa nella lista delle priorità.
Eppure l’ex direttore mi è anche simpatico, posso quasi dire di volergli bene come a uno zio più grande, quello che ha visto il mondo, che ha fatto cose interessanti, che ha conosciuto persone singolari.
Eppure l’ex direttore mi è anche simpatico, posso quasi dire di volergli bene come a uno zio più grande, quello che ha visto il mondo, che ha fatto cose interessanti, che ha conosciuto persone singolari.
Anche se la sua insistenza nell’escludere i nostri figli dall’invito mi ha dato da pensare per qualche secondo.
Ma come? I nostri figli sono grandi, educati, sanno stare a tavola senza disturbare, anzi, sono sempre molto interessati ai discorsi un po’ insulsi e pettegoli che spesso facciamo noi adulti. E allora perché questa esclusione? Oddio, non saranno mica due scambisti? No, non è possibile, conosciamo l’ex direttore e la moglie da quasi vent’anni, abbiamo cresciuto, lui la sua seconda figlia e noi il nostro primogenito, quasi contemporaneamente. Lavoro e famiglia; questo siamo stati entrambi per tutto questo tempo. Sarebbe una cosa davvero inconcepibile.
Però il dubbio è scomparso solo quando, al nostro arrivo, era presente, appunto, la figlia diciottenne e il relativo fidanzato: un tipo anonimo, un po' insipido, ma dall’aria gentile.
Ma allora, perché non abbiamo potuto portare i nostri di figli che hanno solo qualche anno in meno? Boh, vai a capire la gente. Che volesse fare discorsi troppo seri o impegnativi? Macché, è finita che mia moglie ha tenuto banco per quasi tutta la sera raccontando fatti veri e storielle inventate, intrecciandoli insieme in nodi così inestricabili che anch’io ho faticato a separare la verità dalla fantasia.
Forse è per questo che ci hanno voluto a casa loro, perché si divertono ad ascoltare questo profluvio di cose così inverosimili e divertenti, perché godono del nostro gioco che pesca nei nostri difetti e le nostre manie per punzecchiarci e renderci irresistibilmente buffi agli occhi altrui. Come una coppia alla Sandra e Raimondo, o Jim e Cheryl, John lennon e Yoko Ono, Stanlio e Ollio, Minnie e Topolino, la Bella e la Bestia.
Non so cosa pensare, se da una parte tutto ciò mi lusinga, dall’altra ho il tarlo di essere usato come un giullare di corte che deve pagarsi il mantenimento svagando il re e la regina.
Ma forse sono io che non riesco a fare a meno di essere il solito bilioso, cinico e meschino malfidente. E pensare che sono stati così carini e ospitali.
Ma come? I nostri figli sono grandi, educati, sanno stare a tavola senza disturbare, anzi, sono sempre molto interessati ai discorsi un po’ insulsi e pettegoli che spesso facciamo noi adulti. E allora perché questa esclusione? Oddio, non saranno mica due scambisti? No, non è possibile, conosciamo l’ex direttore e la moglie da quasi vent’anni, abbiamo cresciuto, lui la sua seconda figlia e noi il nostro primogenito, quasi contemporaneamente. Lavoro e famiglia; questo siamo stati entrambi per tutto questo tempo. Sarebbe una cosa davvero inconcepibile.
Però il dubbio è scomparso solo quando, al nostro arrivo, era presente, appunto, la figlia diciottenne e il relativo fidanzato: un tipo anonimo, un po' insipido, ma dall’aria gentile.
Ma allora, perché non abbiamo potuto portare i nostri di figli che hanno solo qualche anno in meno? Boh, vai a capire la gente. Che volesse fare discorsi troppo seri o impegnativi? Macché, è finita che mia moglie ha tenuto banco per quasi tutta la sera raccontando fatti veri e storielle inventate, intrecciandoli insieme in nodi così inestricabili che anch’io ho faticato a separare la verità dalla fantasia.
Forse è per questo che ci hanno voluto a casa loro, perché si divertono ad ascoltare questo profluvio di cose così inverosimili e divertenti, perché godono del nostro gioco che pesca nei nostri difetti e le nostre manie per punzecchiarci e renderci irresistibilmente buffi agli occhi altrui. Come una coppia alla Sandra e Raimondo, o Jim e Cheryl, John lennon e Yoko Ono, Stanlio e Ollio, Minnie e Topolino, la Bella e la Bestia.
Non so cosa pensare, se da una parte tutto ciò mi lusinga, dall’altra ho il tarlo di essere usato come un giullare di corte che deve pagarsi il mantenimento svagando il re e la regina.
Ma forse sono io che non riesco a fare a meno di essere il solito bilioso, cinico e meschino malfidente. E pensare che sono stati così carini e ospitali.
Per questo, quando l’ex direttore mi ha telefonato domenica pomeriggio per reclamare un po’ di lavoro, non ho avuto la forza di chiedergli se non avesse niente di meglio da fare alle cinque di una piovosa domenica di fine marzo.
lunedì 28 febbraio 2011
Fobie
Questa mattina seduta dal dentista grazie a una vecchia assicurazione medica che credo non potrò rinnovare. Almeno fintanto che le cose non cambieranno.
Bene, se non fosse che il dentista è la mia peggior fobia. Non solo l’idea del dentista mi atterrisce a morte, ma anche il sentire i denti in bocca mi crea disagio. Non sopporto nemmeno che altri parlino di denti o dentisti e tantomeno riesco a vedere film o telefilm in cui qualcuno va dal dentista o parla di denti.
Il Maratoneta, per esempio, è un film che riesco a guardare solo se so di non avere nemmeno una carie, e comunque la scena in cui Lawrence Olivier tortura Dustin Hoffman mi mette non poco a disagio. Denti di Salvatores non l’ho mai voluto vedere e, visto che le liste piacciono così tanto, vogliamo aggiungerci The Dentist di Brian Yuzna, La Piccola Bottega degli Orrori di Frank Oz, Tom Hanks in Castaway quando si estrae un dente con la lama di un pattino da ghiaccio, o la comica di Mister Bean nella quale si trapana e stucca i denti da solo?
Ho pensato molte volte al perché di questa irrefrenabile fobia e forse, scavando nei ricordi, penso di poterla attribuire con una certa sicurezza a quando avevo sette otto anni e mio padre, quasi tutte le sere, mi faceva sedere sulle sue ginocchia, mi immobilizzava le braccia e, con un fazzoletto di cotone bianco, mi allargava i canini inferiori a forza di muscoli. E mio padre di muscoli ne aveva mica da ridere.
Bene, se non fosse che il dentista è la mia peggior fobia. Non solo l’idea del dentista mi atterrisce a morte, ma anche il sentire i denti in bocca mi crea disagio. Non sopporto nemmeno che altri parlino di denti o dentisti e tantomeno riesco a vedere film o telefilm in cui qualcuno va dal dentista o parla di denti.
Il Maratoneta, per esempio, è un film che riesco a guardare solo se so di non avere nemmeno una carie, e comunque la scena in cui Lawrence Olivier tortura Dustin Hoffman mi mette non poco a disagio. Denti di Salvatores non l’ho mai voluto vedere e, visto che le liste piacciono così tanto, vogliamo aggiungerci The Dentist di Brian Yuzna, La Piccola Bottega degli Orrori di Frank Oz, Tom Hanks in Castaway quando si estrae un dente con la lama di un pattino da ghiaccio, o la comica di Mister Bean nella quale si trapana e stucca i denti da solo?
Ho pensato molte volte al perché di questa irrefrenabile fobia e forse, scavando nei ricordi, penso di poterla attribuire con una certa sicurezza a quando avevo sette otto anni e mio padre, quasi tutte le sere, mi faceva sedere sulle sue ginocchia, mi immobilizzava le braccia e, con un fazzoletto di cotone bianco, mi allargava i canini inferiori a forza di muscoli. E mio padre di muscoli ne aveva mica da ridere.
Ricordo ancora l’angoscia di questa operazione, i fazzoletti immacolati macchiati dal mio sangue e mia madre, seduta nella poltrona di fronte, che sovrintendeva.
Certi ricordi andrebbero cancellati, ma non è facile. Chissà perché sono sempre queste cose traumatiche a perseguitarci tutta la vita, mentre quelle piacevoli sono sempre così rare e difficili da far affiorare alla memoria.
È facile dire che si deve vivere nel presente e non indulgere in ricordi, belli o brutti che siano. Ma è anche vero che sono il frutto delle nostre esperienze di vita. E allora, negare i ricordi non sarebbe come negare sé stessi?
Certi ricordi andrebbero cancellati, ma non è facile. Chissà perché sono sempre queste cose traumatiche a perseguitarci tutta la vita, mentre quelle piacevoli sono sempre così rare e difficili da far affiorare alla memoria.
È facile dire che si deve vivere nel presente e non indulgere in ricordi, belli o brutti che siano. Ma è anche vero che sono il frutto delle nostre esperienze di vita. E allora, negare i ricordi non sarebbe come negare sé stessi?
PS: il prossimo appuntamento è per mercoledì.
venerdì 11 febbraio 2011
Rosetta
Non so perché i miei sogni di questi ultimi giorni siano così vividi e reali e, soprattutto, così cinematografici, coinvolgenti, quasi hollywoodiani.
Ma non ho intenzione di essere analizzato per ciò che sogno; direi che per ora ho messo in piazza più di quello che avrei voluto e perciò non parlerò di questo, ma piuttosto di Rosa.
“La Rosetta”, con l’articolo davanti, abitudine irrinunciabile di noi nordisti, che non è la michétta o rosétta che dir si voglia, cioè un tipo di pane, ma una persona, una mia quasi coetanea.
Figlia di siciliani di scarsa cultura, una certa propensione a delinquere ed esperti in sotterfugi e scappatoie, è l’unica femmina di tre fratelli, uno dei quali ha trascorso buona parte della sua vita in galera e - appena uscito - non ha trovato di meglio che uccidersi in un banale incidente stradale.
Ma non ho intenzione di essere analizzato per ciò che sogno; direi che per ora ho messo in piazza più di quello che avrei voluto e perciò non parlerò di questo, ma piuttosto di Rosa.
“La Rosetta”, con l’articolo davanti, abitudine irrinunciabile di noi nordisti, che non è la michétta o rosétta che dir si voglia, cioè un tipo di pane, ma una persona, una mia quasi coetanea.
Figlia di siciliani di scarsa cultura, una certa propensione a delinquere ed esperti in sotterfugi e scappatoie, è l’unica femmina di tre fratelli, uno dei quali ha trascorso buona parte della sua vita in galera e - appena uscito - non ha trovato di meglio che uccidersi in un banale incidente stradale.
È stato per così tanto tempo in prigione, che nessuno quasi lo ricordava più, uno che, quando il padre era sul letto di morte, è arrivato col cellulare dei carabinieri per salutare il genitore. Non più di un paio d’ore, coi militari che presidiavano strada e cortile, mitra a tracolla.
L’altro fratello non abita più qui, ma ogni giorno accompagna la madre, manda affanculo la sorella, fuma sigarette sotto al portone e guarda tutti come se il mondo intero gli stesse sul cazzo.
Rosetta andava in terza media quando io frequentavo la prima o la seconda. Non era certo una bellezza, forse aveva pure un po’ di baffetti, ma non le mancavano sfacciataggine e un’educazione approssimativa. Pensandoci bene, già pareva una mezza matta. Forse per questo, lungo la strada da scuola a casa, amava cantare a squarciagola canzoncine come: “Vieni con me a Milazzo, mi farai vedere il...” e roba del genere. La trovavo piuttosto strana e un po’ mi metteva anche soggezione, così rallentavo il passo e la lasciavo a una ventina di metri avanti a me, che facesse pure i suoi numeri e cantasse le sue filastrocche. Credo che non ci fossimo nemmeno mai salutati.
È vero che la sua non doveva essere una vita facile. Il padre, benché vestito sempre elegantissimo, con tanto di Borsalino, rappresentava comunque la parte arcaica e chiusa del mondo dal quale proveniva. Uso alle botte sia alla moglie che alla figlia. Facile ad accendersi come un fiammifero, erano proverbiali le scenate di vario genere che si consumavano tra casa, cortile e strada. E i fratelli non dovevano essere molto meglio, visto che la madre doveva rimproverarli quando si dimostravano troppo interessati al seno generoso di Rosetta. La sentivo dire alla portinaia, non senza un certo orgoglio, cose così: “Devo stare attenta, perché Rosetta è ddonna ddonna e si capisce che pure questi sono uomini”.
Ho perso di vista “la Rosetta” per un bel pezzo; ho saputo che si è sposata e che ha avuto un paio di figli, che il marito aveva lo stesso vizio del padre, che non sapeva tenere le mani a posto, che ha avuto diversi esaurimenti, che le hanno tolto i figli, che ha divorziato e che è tornata a vivere a casa della madre.
È in questo periodo che, per forza di cose, la incontro spesso in portineria e lei ha cominciato a salutarmi con un “ciao” che pareva racchiudere tutta la sofferenza di almeno vent’anni di una vita incredibilmente squallida e ruvida. Un ciao che pareva una mano tesa in cerca di un aiuto che non avrei potuto offrirle, un ciao che tremolava di un equilibrio instabile, pericoloso e disperato.
L’altro fratello non abita più qui, ma ogni giorno accompagna la madre, manda affanculo la sorella, fuma sigarette sotto al portone e guarda tutti come se il mondo intero gli stesse sul cazzo.
Rosetta andava in terza media quando io frequentavo la prima o la seconda. Non era certo una bellezza, forse aveva pure un po’ di baffetti, ma non le mancavano sfacciataggine e un’educazione approssimativa. Pensandoci bene, già pareva una mezza matta. Forse per questo, lungo la strada da scuola a casa, amava cantare a squarciagola canzoncine come: “Vieni con me a Milazzo, mi farai vedere il...” e roba del genere. La trovavo piuttosto strana e un po’ mi metteva anche soggezione, così rallentavo il passo e la lasciavo a una ventina di metri avanti a me, che facesse pure i suoi numeri e cantasse le sue filastrocche. Credo che non ci fossimo nemmeno mai salutati.
È vero che la sua non doveva essere una vita facile. Il padre, benché vestito sempre elegantissimo, con tanto di Borsalino, rappresentava comunque la parte arcaica e chiusa del mondo dal quale proveniva. Uso alle botte sia alla moglie che alla figlia. Facile ad accendersi come un fiammifero, erano proverbiali le scenate di vario genere che si consumavano tra casa, cortile e strada. E i fratelli non dovevano essere molto meglio, visto che la madre doveva rimproverarli quando si dimostravano troppo interessati al seno generoso di Rosetta. La sentivo dire alla portinaia, non senza un certo orgoglio, cose così: “Devo stare attenta, perché Rosetta è ddonna ddonna e si capisce che pure questi sono uomini”.
Ho perso di vista “la Rosetta” per un bel pezzo; ho saputo che si è sposata e che ha avuto un paio di figli, che il marito aveva lo stesso vizio del padre, che non sapeva tenere le mani a posto, che ha avuto diversi esaurimenti, che le hanno tolto i figli, che ha divorziato e che è tornata a vivere a casa della madre.
È in questo periodo che, per forza di cose, la incontro spesso in portineria e lei ha cominciato a salutarmi con un “ciao” che pareva racchiudere tutta la sofferenza di almeno vent’anni di una vita incredibilmente squallida e ruvida. Un ciao che pareva una mano tesa in cerca di un aiuto che non avrei potuto offrirle, un ciao che tremolava di un equilibrio instabile, pericoloso e disperato.
Quando ha la Luna buona, Rosetta canta. La si sente fin sulla strada, quando il traffico concede un po’ di silenzio, o anche dal cortile, con la voce che rimbalza contro i muri stretti. Canta Biagio Antonacci, Ligabue e altra roba esclusivamente italiana.
Quando invece si sveglia col piede sbagliato sono più i vaffanculo e le sfuriate con la madre ciò che rimbomba all’esterno.
L’altro giorno l’ho incontrata in portineria, mi ero fermato per verificare come mai la serratura del portone non funzionasse bene e, purtroppo, ogni condomino che passava aveva il suo autorevole e inutile parere da esprimere. Finché non è arrivata Rosetta. A vederla da vicino mi fa ancora soggezione. Saranno quegli occhi inespressivi come quelli di uno squalo, o quella tensione enorme, avvertibile, che le scorre sottopelle, o quegli scatti della testa un po’ come fanno le lucertole. Il suo parere è stato che è colpa di “quelli”. Quelli sarebbero tutti e indiscriminatamente gli extracomunitari o, come li chiama lei, “bastardi, figli di puttana, ladri. Dovete morire tutti”. Accompagnando le parole con un eloquente croce fatta con la mano, come fosse un papa benedicente.
Sono scappato di corsa, mentre lei, guardando due nordafricani che passavano proprio in quel momento, sibilava fra i denti: “Guarda che facce, bastardi”.
Quando invece si sveglia col piede sbagliato sono più i vaffanculo e le sfuriate con la madre ciò che rimbomba all’esterno.
L’altro giorno l’ho incontrata in portineria, mi ero fermato per verificare come mai la serratura del portone non funzionasse bene e, purtroppo, ogni condomino che passava aveva il suo autorevole e inutile parere da esprimere. Finché non è arrivata Rosetta. A vederla da vicino mi fa ancora soggezione. Saranno quegli occhi inespressivi come quelli di uno squalo, o quella tensione enorme, avvertibile, che le scorre sottopelle, o quegli scatti della testa un po’ come fanno le lucertole. Il suo parere è stato che è colpa di “quelli”. Quelli sarebbero tutti e indiscriminatamente gli extracomunitari o, come li chiama lei, “bastardi, figli di puttana, ladri. Dovete morire tutti”. Accompagnando le parole con un eloquente croce fatta con la mano, come fosse un papa benedicente.
Sono scappato di corsa, mentre lei, guardando due nordafricani che passavano proprio in quel momento, sibilava fra i denti: “Guarda che facce, bastardi”.
PS: Naturalmente l'appuntamento di lavoro che avevo per oggi è saltato; rimandato a martedì prossimo.
mercoledì 26 gennaio 2011
Nessuna morale
C’era questo tizio, chiamiamolo Fabio C. - trent’anni fa si chiamavano quasi tutti Fabio, Claudio o Roberto. Solo nella mia classe, i Fabio erano quattro. - basso, testa grande che i capelli ricci rendevano ancora più ingombrante, sempre a posto, “un ragazzo perbenino”, avrebbe detto mia madre. Fin troppo, pensavamo noi della compagnia. E per compagnia non intendo banda, gang o roba del genere. Quelle patetiche accozzaglie che oggi raccolgono soltanto la feccia dei quartieri.
Per far parte della compagnia non erano necessari ridicoli e sciagurati riti d’iniziazione che scimmiottano realtà morali e culturali ben al di sotto della pur nostra disastrata realtà. Per entrare nella compagnia bastava essere amico di qualcuno che ci stava già e non importa se non eri figo, sgamato o non avevi la Cagiva. Volevi farti le canne? Bene. Non te ne fregava niente? Va bene uguale. Ci andavi solo ogni tanto? Non c’è problema, chi c’è c’è. Niente scorribande, nessuna prepotenza verso i coetanei, solo una tranquilla vita di periferia; motorino, musica, ragazze, chitarre e un sacco di freddo d’inverno.
La riprova di tutto questo era Fabio C. e altri come lui. Ragazzi “a postino” che si mescolavano con altri ragazzi completamente diversi per classe sociale, gusti o livello culturale.
Era però un fatto quasi automatico che i bravi ragazzi fossero bersaglio di scherzi a volte atroci. Fabio C., per esempio, aveva un fiammante Garelli Gulp monomarcia azzurro, che conservava pulito e lucido come probabilmente sua madre conservava puliti e lucidi i pavimenti di casa. Qualche volta, lei si presentava in compagnia, sgridandolo per ritardi ridicoli o per non aver ancora fatto i compiti. Sembrava una gnoma: rotonda come una mela, dall’andatura dondolante e una chioma di boccoli biondo cenere che io sospettavo fortemente essere una parrucca.
Per far parte della compagnia non erano necessari ridicoli e sciagurati riti d’iniziazione che scimmiottano realtà morali e culturali ben al di sotto della pur nostra disastrata realtà. Per entrare nella compagnia bastava essere amico di qualcuno che ci stava già e non importa se non eri figo, sgamato o non avevi la Cagiva. Volevi farti le canne? Bene. Non te ne fregava niente? Va bene uguale. Ci andavi solo ogni tanto? Non c’è problema, chi c’è c’è. Niente scorribande, nessuna prepotenza verso i coetanei, solo una tranquilla vita di periferia; motorino, musica, ragazze, chitarre e un sacco di freddo d’inverno.
La riprova di tutto questo era Fabio C. e altri come lui. Ragazzi “a postino” che si mescolavano con altri ragazzi completamente diversi per classe sociale, gusti o livello culturale.
Era però un fatto quasi automatico che i bravi ragazzi fossero bersaglio di scherzi a volte atroci. Fabio C., per esempio, aveva un fiammante Garelli Gulp monomarcia azzurro, che conservava pulito e lucido come probabilmente sua madre conservava puliti e lucidi i pavimenti di casa. Qualche volta, lei si presentava in compagnia, sgridandolo per ritardi ridicoli o per non aver ancora fatto i compiti. Sembrava una gnoma: rotonda come una mela, dall’andatura dondolante e una chioma di boccoli biondo cenere che io sospettavo fortemente essere una parrucca.
Insomma, Fabio C. era un maniaco del suo motorino. Sempre munito di fazzolettini di carta, puliva ora una cromatura leggermente opaca, ora lo specchietto retrovisore, ora il poggiapiedi sporco di qualche granello di terra. Sarà per questo che un giorno, complice una sua distrazione, qualcuno ha infilato un preservativo usato sulla manopola del gas. È qualcosa di terribile lo so, ma è anche una specie di contrappasso, una lezione di vita, un riportare la scala dei valori coi piedi per terra. La reazione di Fabio C. fu quanto di più prevedibile ci si potesse aspettare da un tipo come lui: di schifo immenso, ribrezzo, nausea e, se non fosse stato davanti a svariate ragazze, probabilmente avrebbe anche pianto. Lo ricordo ancora con i fazzolettini di carta che puliva alla meglio la manopola chiedendo se qualcuno avesse per caso dell’alcool, annusandola ripetutamente tornarsene a casa accelerando con pollice e indice, stando bene attento a tenere le altre dita ben distanti, col mignolo alzato all’inverosimile come se dovesse bere una tazza di te alla festa di compleanno della nonna.
La morale di tutto questo? Nessuna.
La morale di tutto questo? Nessuna.
lunedì 24 gennaio 2011
Specchio dell'anima
Non riesco a trovare nemmeno uno straccio di cliente. Ma quando dico nemmeno uno, non è un modo di dire, intendo proprio che non sto facendo assolutamente niente. Non squilla il telefono e tanto meno il cellulare, la casella mail, a parte le solite bufale in cui qualche uomo d’affari di Hong Kong ha necessità di trasferire 22,5 milioni di dollari in Italia dietro lautissima percentuale per l’intermediazione, rimane desolatamente vuota. Solo le newsletter di quel bastardo del mafioso pelato continuano a martellarmi ricordandomi ogni santo giorno la mia sconfitta. Ma questa è una storia di cui avevo promesso di non parlare più e perciò non ne parlerò.
Non avendo altro da fare che dilapidare gli ultimi risparmi in attesa di un qualunque lavoro, mi dedico ad approfondire software, scrivere blog, produrre cose che mi illudo abbiano la parvenza di qualcosa di artistico e scansire vecchi negativi e diapositive per non passare da uno che non sa cosa sia il digital lifestyle.
Così riscopro molte immagini di una vita passata che avevo dimenticato, non solo a causa del trascorrere degli anni, ma anche per il fatto che non potevo stampare tutto ciò che fotografavo e, quindi, ero costretto a una scelta che oggi appare così drastica.
Rinasce così a nuova vita un ritratto di me ragazzo in cui sono tale e quale a C., oppure due immagini di mia madre, le uniche che abbia mai visto in cui la fotografia diventa veramente lo specchio dell’anima.
Non avendo altro da fare che dilapidare gli ultimi risparmi in attesa di un qualunque lavoro, mi dedico ad approfondire software, scrivere blog, produrre cose che mi illudo abbiano la parvenza di qualcosa di artistico e scansire vecchi negativi e diapositive per non passare da uno che non sa cosa sia il digital lifestyle.
Così riscopro molte immagini di una vita passata che avevo dimenticato, non solo a causa del trascorrere degli anni, ma anche per il fatto che non potevo stampare tutto ciò che fotografavo e, quindi, ero costretto a una scelta che oggi appare così drastica.
Rinasce così a nuova vita un ritratto di me ragazzo in cui sono tale e quale a C., oppure due immagini di mia madre, le uniche che abbia mai visto in cui la fotografia diventa veramente lo specchio dell’anima.
Con la macchina fotografica di solito me la cavavo piuttosto bene, ma mia madre è sempre stato un soggetto quanto mai difficile e sfuggente. Sempre sul palcoscenico, sempre atteggiata in gesti ed espressioni che lei riteneva scenografici, il sorriso di circostanza, il lato migliore, l’inclinazione della testa, lo sguardo languido. Tutti atteggiamenti appunto. Pose che la rendevano sfuggente, sgusciante, innaturale e falsa. Chissà come sono riuscito a fare questi due scatti riemersi dalle nebbie di un tempo in cui i pensieri erano più leggeri, meno funerei. E poi, non so nemmeno perché stia qui a perdere tempo per raccontare queste cose.
venerdì 21 gennaio 2011
Mal comune mezzo gaudio
In linea di massima sono sempre stato una persona piuttosto timida. Non a livello patologico, più che altro perché ho sempre combattuto aspramente, anche contro me stesso, per impedirmi di precipitare in realtà senza ritorno. Hic sunt leones.
Le cause? Come sempre, una madre sottilmente autoritaria e castrante, ben peggiore di tutti e tre i fantasmi del canto di natale di Dickens messi insieme e il fatto che ognuno nasce con il carattere che ha.
Essere grassottello da piccolo, e con qualche chilo di troppo da grande, non è certo stato d’aiuto; per questo ho sviluppato un mio personale modo di saltare l’ostacolo: ovvero esternare un’aggressività selvaggia e spesso immotivata verso chiunque si permettesse solo di guardarmi in modo strano. Un rispetto guadagnato a suon di botte: date e anche prese. Tornare a casa con i vestiti strappati e la faccia pesta è stato per un certo tempo una cosa abbastanza normale. “Sono caduto in bicicletta - oppure - ho inciampato sui gradini dell’oratorio”, erano le uniche omertose parole che uscivano dalla mia bocca. E il bello è che mia madre ci credeva pure. Meno mio padre, per il quale non esisteva altra regola che restituire con gli interessi ciò che si riceveva - nel bene o nel male -, non rendendosi conto che non erano più gli anni di quella specie di far west delle case di ringhiera nel dopoguerra.
Vivere così non è mai stato facile; tenere tutto dentro, far finta di essere sani, come cantava Giorgio Gaber, non era né facile, né sano. Alla fine delle elementari, quell’anima buona della maestra disse ai miei genitori: “È un ragazzo intelligente, sveglio, ma, a essere onesta, devo dire di non essere riuscita a capirlo davvero; soprattutto quando mi guarda con quegli occhioni...”.
E invece è stata l’unica a capire, almeno un po’, cosa significasse per me combattere ogni giorno con la paranoia di credere che tutti non avessero occhi che per me: per la mia goffaggine, la mia pancetta, le mie guance paffutelle, l’orticaria, il non saper correre veloce, l’essere costantemente ignorato dalle femmine. Alle medie i chili di troppo erano quasi svaniti ma cominciai a fissarmi con i muscoli, il ventre piatto, i bicipiti che non c’erano, senza rendermi conto che stavo diventando oggettivamente bello. Ma una vita non cambia da un giorno all’altro, chi nasce tondo non diventa quadrato, diceva mia nonna. Perciò ero sì un bello incosciente di esserlo, ma anche il solito rissoso, permaloso e, a volte antipatico, ciccione di sempre.
È una doppia vita da Jekyll e Hide, da Zelig, con cui ho imparato a convivere, senza troppi problemi, anche perché, col tempo, anch’io sono cresciuto, ho imparato a controllare le mie emozioni, a mascherare il virus della timidezza dietro un lavoro in proprio, gli interessi famigliari, gli hobbies solitari.
Ma c’è stato qualcosa che è accaduto qualche giorno fa che, malgrado questo periodo sventurato, mi ha fatto ben sperare.
È successo che la palestra di karate di C. ha dovuto chiudere per fallimento - i tempi sono questi - e c’è stata un’assemblea fra iscritti e istruttore (quello che parla come toro seduto anche se è italiano) per vedere come porre rimedio alla continuità del corso. Beh, non ho avuto nessun problema a parlare con persone che non conoscevo, o che conoscevo solo di vista, organizzare le liste di chi era disponibile a continuare, interagire anche con chi non mi risultava affatto simpatico. Per una volta tanto non mi sono sentito inadeguato, osservato, giudicato. Anzi, io stesso ho potuto godere della goffaggine della famiglia intera di un amico di C.
Si tratta di M. un ragazzino timido che, fino a qualche mese, fa parlava come Topolino, ma con un leggero accento campano. Che sia timido non è nulla di così stravagante, la cosa divertente sono i genitori, particolarmente la madre. Non c’è esame di karate del figlio dal quale non scappi in tutta fretta in cortile dove, immancabilmente, la si ritrova che vomita in qualche tombino. Per strada pesta, senza dimenticarne nemmeno una, tutte le merde di cane, sbattendo spesso contro i pali dell’illuminazione stradale, distratta da qualche conversazione. Inciampa su quasi tutto, scale, gradini, marciapiedi, compresi i fogli di carta abbandonati per strada. Quindi pensavo fosse il padre quello serio della famiglia, anche se parla poco, sottovoce e farfugliando, ma quando, appoggiandosi a una panca da ginnastica nella palestra ormai in disarmo, l’ha fatta cadere con un frastuono che ha spaventato tutti quanti, allora ho capito: è tutta la famiglia ad essere così, compreso M. che, un giorno, ha confidato a C. di essere caduto scivolando su una merda, impiastrandosi i pantaloni e facendosi pure male.
Che dire, sono cose che tirano su il morale di uno come me, mi sento molto più normale di quello che sono, meno goffo, meno osservato. Ma non è solo questo che mi ha fatto sentire bene, è stata anche la sensazione che la serietà della mia situazione economica e lavorativa abbia fatto passare in secondo piano tutti gli altri problemi, la sensazione che oggi non c’è più tempo da perdere in cose poco importanti, cose che non meritano di rovinare una vita.
Le cause? Come sempre, una madre sottilmente autoritaria e castrante, ben peggiore di tutti e tre i fantasmi del canto di natale di Dickens messi insieme e il fatto che ognuno nasce con il carattere che ha.
Essere grassottello da piccolo, e con qualche chilo di troppo da grande, non è certo stato d’aiuto; per questo ho sviluppato un mio personale modo di saltare l’ostacolo: ovvero esternare un’aggressività selvaggia e spesso immotivata verso chiunque si permettesse solo di guardarmi in modo strano. Un rispetto guadagnato a suon di botte: date e anche prese. Tornare a casa con i vestiti strappati e la faccia pesta è stato per un certo tempo una cosa abbastanza normale. “Sono caduto in bicicletta - oppure - ho inciampato sui gradini dell’oratorio”, erano le uniche omertose parole che uscivano dalla mia bocca. E il bello è che mia madre ci credeva pure. Meno mio padre, per il quale non esisteva altra regola che restituire con gli interessi ciò che si riceveva - nel bene o nel male -, non rendendosi conto che non erano più gli anni di quella specie di far west delle case di ringhiera nel dopoguerra.
Vivere così non è mai stato facile; tenere tutto dentro, far finta di essere sani, come cantava Giorgio Gaber, non era né facile, né sano. Alla fine delle elementari, quell’anima buona della maestra disse ai miei genitori: “È un ragazzo intelligente, sveglio, ma, a essere onesta, devo dire di non essere riuscita a capirlo davvero; soprattutto quando mi guarda con quegli occhioni...”.
E invece è stata l’unica a capire, almeno un po’, cosa significasse per me combattere ogni giorno con la paranoia di credere che tutti non avessero occhi che per me: per la mia goffaggine, la mia pancetta, le mie guance paffutelle, l’orticaria, il non saper correre veloce, l’essere costantemente ignorato dalle femmine. Alle medie i chili di troppo erano quasi svaniti ma cominciai a fissarmi con i muscoli, il ventre piatto, i bicipiti che non c’erano, senza rendermi conto che stavo diventando oggettivamente bello. Ma una vita non cambia da un giorno all’altro, chi nasce tondo non diventa quadrato, diceva mia nonna. Perciò ero sì un bello incosciente di esserlo, ma anche il solito rissoso, permaloso e, a volte antipatico, ciccione di sempre.
È una doppia vita da Jekyll e Hide, da Zelig, con cui ho imparato a convivere, senza troppi problemi, anche perché, col tempo, anch’io sono cresciuto, ho imparato a controllare le mie emozioni, a mascherare il virus della timidezza dietro un lavoro in proprio, gli interessi famigliari, gli hobbies solitari.
Ma c’è stato qualcosa che è accaduto qualche giorno fa che, malgrado questo periodo sventurato, mi ha fatto ben sperare.
È successo che la palestra di karate di C. ha dovuto chiudere per fallimento - i tempi sono questi - e c’è stata un’assemblea fra iscritti e istruttore (quello che parla come toro seduto anche se è italiano) per vedere come porre rimedio alla continuità del corso. Beh, non ho avuto nessun problema a parlare con persone che non conoscevo, o che conoscevo solo di vista, organizzare le liste di chi era disponibile a continuare, interagire anche con chi non mi risultava affatto simpatico. Per una volta tanto non mi sono sentito inadeguato, osservato, giudicato. Anzi, io stesso ho potuto godere della goffaggine della famiglia intera di un amico di C.
Si tratta di M. un ragazzino timido che, fino a qualche mese, fa parlava come Topolino, ma con un leggero accento campano. Che sia timido non è nulla di così stravagante, la cosa divertente sono i genitori, particolarmente la madre. Non c’è esame di karate del figlio dal quale non scappi in tutta fretta in cortile dove, immancabilmente, la si ritrova che vomita in qualche tombino. Per strada pesta, senza dimenticarne nemmeno una, tutte le merde di cane, sbattendo spesso contro i pali dell’illuminazione stradale, distratta da qualche conversazione. Inciampa su quasi tutto, scale, gradini, marciapiedi, compresi i fogli di carta abbandonati per strada. Quindi pensavo fosse il padre quello serio della famiglia, anche se parla poco, sottovoce e farfugliando, ma quando, appoggiandosi a una panca da ginnastica nella palestra ormai in disarmo, l’ha fatta cadere con un frastuono che ha spaventato tutti quanti, allora ho capito: è tutta la famiglia ad essere così, compreso M. che, un giorno, ha confidato a C. di essere caduto scivolando su una merda, impiastrandosi i pantaloni e facendosi pure male.
Che dire, sono cose che tirano su il morale di uno come me, mi sento molto più normale di quello che sono, meno goffo, meno osservato. Ma non è solo questo che mi ha fatto sentire bene, è stata anche la sensazione che la serietà della mia situazione economica e lavorativa abbia fatto passare in secondo piano tutti gli altri problemi, la sensazione che oggi non c’è più tempo da perdere in cose poco importanti, cose che non meritano di rovinare una vita.
lunedì 17 gennaio 2011
Il banco vince sempre
Più o meno vent’anni fa, insieme ai personal computer che costavano come una panda, giravano anche programmini stupidi come, ad asempio, uno che calcolava, non si sa su quali basi, il bioritmo mensile, settimanale o giornaliero. Bastava inserire la data di nascita e questo ti spiattellava un bel diagramma con la linea oscillante tra picchi, dirupi e pianure, della carica vitale. Poteva inoltre calcolare due bioritmi e mostrarli contemporaneamente in modo da poter verificare a colpo d’occhio le affinità con il proprio partner. Ma non solo, credo ci fosse anche una linea a rappresentare il lavoro e un’altra la salute.
Nessuno ci credeva, era solo un giochino innocente per passare il tempo e scherzare con gli amici. Purtroppo i sistemi operativi sono cambiati innumerevoli volte e, a quei giochini semplici e veloci, sono subentrati mastodontici videogames con richieste hardware superiori a quelle necessarie per il lavoro di routine.
Mi piacerebbe averlo adesso sottomano, quelllo stupido giochino, per vedere quale sarebbe il responso. Non tanto quello sentimentale che, meno male, fila che è un piacere, ma quello relativo a come mi sento in generale, perché qui, di carica vitale, ne vedo ben poca.
Me ne accorgo quando mi sveglio per cento volte prima, o appena dopo l’alba e non riesco più a dormire, preso da mille preoccupazioni e tante paure. Mi guardo allo specchio e vedo la mia bocca prendere una piega sempre più amara contro la mia volontà. Ridere e sorridere diventa un esercizio obbligatorio in presenza dei figli, ma sempre meno praticato in loro assenza.
Come un operaio della fiat, penso e ripenso alle mie scelte, mi domando se ho fatto bene a rifiutare un contratto capestro ancor peggiore di quello che è toccato a Mirafiori. Non orari di lavoro pesanti, mal pagati, ma ben delineati nella loro struttura, ma una firma in bianco che mi avrebbe costretto a giornate massacranti in cambio di una paga non più alta di quella di un operaio.
Mi sono illuso di avere una specializzazione e un’esperienza che mi avrebbero consentito di muovermi da una posizione privilegiata, di poter ricostruire una vita dignitosa, in cui sarei stato pagato per ciò che valevo, e invece mi sono sbagliato. Gli operai hanno accettato a malincuore un contratto duro, ingiusto, retrogrado, ma hanno (forse) salvato il loro lavoro e la sussistenza della loro famiglia.
Nessuno ci credeva, era solo un giochino innocente per passare il tempo e scherzare con gli amici. Purtroppo i sistemi operativi sono cambiati innumerevoli volte e, a quei giochini semplici e veloci, sono subentrati mastodontici videogames con richieste hardware superiori a quelle necessarie per il lavoro di routine.
Mi piacerebbe averlo adesso sottomano, quelllo stupido giochino, per vedere quale sarebbe il responso. Non tanto quello sentimentale che, meno male, fila che è un piacere, ma quello relativo a come mi sento in generale, perché qui, di carica vitale, ne vedo ben poca.
Me ne accorgo quando mi sveglio per cento volte prima, o appena dopo l’alba e non riesco più a dormire, preso da mille preoccupazioni e tante paure. Mi guardo allo specchio e vedo la mia bocca prendere una piega sempre più amara contro la mia volontà. Ridere e sorridere diventa un esercizio obbligatorio in presenza dei figli, ma sempre meno praticato in loro assenza.
Come un operaio della fiat, penso e ripenso alle mie scelte, mi domando se ho fatto bene a rifiutare un contratto capestro ancor peggiore di quello che è toccato a Mirafiori. Non orari di lavoro pesanti, mal pagati, ma ben delineati nella loro struttura, ma una firma in bianco che mi avrebbe costretto a giornate massacranti in cambio di una paga non più alta di quella di un operaio.
Mi sono illuso di avere una specializzazione e un’esperienza che mi avrebbero consentito di muovermi da una posizione privilegiata, di poter ricostruire una vita dignitosa, in cui sarei stato pagato per ciò che valevo, e invece mi sono sbagliato. Gli operai hanno accettato a malincuore un contratto duro, ingiusto, retrogrado, ma hanno (forse) salvato il loro lavoro e la sussistenza della loro famiglia.
Io ho peccato di presunzione e non ho voluto piegare la testa, pensando addirittura che, chi ci avrebbe perso di più sarebbe stato il padrone e non io.
Mi sbagliavo, come al casinò, il banco vince sempre.
Mi sbagliavo, come al casinò, il banco vince sempre.
lunedì 3 gennaio 2011
Io e (san) Silvestro
Col capodanno non sono mai andato molto d’accordo. Eppure è una delle mie feste preferite, con quel patrono col nome da cartone animato della Warner bros.
Finalmente una festa totalmente pagana, di bagordi senza sensi di colpa, di sesso, di liberazione.
Il primo, o meglio, i primi capodanno vissuti in libertà, di cui ho memoria sono due. Uno nella cantina di qualcuno che non ricordo, con gli amici della compagnia del quartiere. Ragazze (poche) che limonavano (con altri), musica a volume inaudito, canne a ripetizione che su di me non avevano il benché minimo effetto e l’immancabile arrivo delle volanti chiamate dai vicini di casa.
Il secondo, con amici del liceo che, colpo di culo inaudito, disponevano di un magnifico salone in una casa d’epoca dalle parti di via Giuseppe Verdi o via Filodrammatici, a ridosso della Scala e la sede di Mediobanca, in cui la madre di qualcuno era portinaia o qualcosa del genere.
Eravamo pochi, una quindicina o forse meno, ricordo di aver ballato qualche lento con una ragazza a cui credo piacessi, ma che non piaceva a me. Col senno di poi avrei potuto approfittarne e sfruttare il momento propizio, ma c’è un’età in cui essere imbranati rasenta la patologia e in cui si rimediano poderose erezioni da mal di schiena.
Avevo un maglione nero e bianco fatto ai ferri da mia madre che mi faceva morire di caldo e, come sempre nelle occasioni ufficiali, ero afflitto da flatulenze che non sapevo dove e come sfogare.
In seguito organizzavo il capodanno in modo da poter stare insieme alla mia fidanzata da solo, sfruttando la casa di suo fratello e sloggiando prima che rientrasse dai cenoni al ristorante. L’unico inconveniente di quelle serate romantiche era che mi emozionavo a tal punto che la testa mi esplodeva, preda di un’emicrania devastante, e finivo la serata vomitando nel cesso.
La serata più triste in assoluto è stata quando abbiamo festeggiato il capodanno nella villetta del fratello di mia moglie. Ospiti: dei parenti arrivati da Napoli e altri sfigati misti raccattati chissà dove. Era l’epoca in cui infuriava la lambada, alla fine degli anni ‘80. Mia cognata si era così fissata che ci toccò ascoltarla per tutta la sera, mentre degli idioti mi costringevano a ballare sculettando come una ballerina del tropicana. A mezzanotte i parenti di mia cognata si misero in testa di sparare i botti che avevano portato da Napoli, ma erano così umidi che al massimo gli scoppiettavano fra le mani bruciandogli le dita e i maglioni.
Questa serie di esperienze mi ha convinto a festeggiare il capodanno in casa, sperando che lo spiritello dell’anno nuovo non facesse più di tanto caso a me e non si accanisse con malesseri vari di tutti i generi.
Per questo ho deciso di dedicare al sesso e alle serate trasgressive qualunque altro giorno che non sia il 31 dicembre.
Finalmente una festa totalmente pagana, di bagordi senza sensi di colpa, di sesso, di liberazione.
Il primo, o meglio, i primi capodanno vissuti in libertà, di cui ho memoria sono due. Uno nella cantina di qualcuno che non ricordo, con gli amici della compagnia del quartiere. Ragazze (poche) che limonavano (con altri), musica a volume inaudito, canne a ripetizione che su di me non avevano il benché minimo effetto e l’immancabile arrivo delle volanti chiamate dai vicini di casa.
Il secondo, con amici del liceo che, colpo di culo inaudito, disponevano di un magnifico salone in una casa d’epoca dalle parti di via Giuseppe Verdi o via Filodrammatici, a ridosso della Scala e la sede di Mediobanca, in cui la madre di qualcuno era portinaia o qualcosa del genere.
Eravamo pochi, una quindicina o forse meno, ricordo di aver ballato qualche lento con una ragazza a cui credo piacessi, ma che non piaceva a me. Col senno di poi avrei potuto approfittarne e sfruttare il momento propizio, ma c’è un’età in cui essere imbranati rasenta la patologia e in cui si rimediano poderose erezioni da mal di schiena.
Avevo un maglione nero e bianco fatto ai ferri da mia madre che mi faceva morire di caldo e, come sempre nelle occasioni ufficiali, ero afflitto da flatulenze che non sapevo dove e come sfogare.
In seguito organizzavo il capodanno in modo da poter stare insieme alla mia fidanzata da solo, sfruttando la casa di suo fratello e sloggiando prima che rientrasse dai cenoni al ristorante. L’unico inconveniente di quelle serate romantiche era che mi emozionavo a tal punto che la testa mi esplodeva, preda di un’emicrania devastante, e finivo la serata vomitando nel cesso.
La serata più triste in assoluto è stata quando abbiamo festeggiato il capodanno nella villetta del fratello di mia moglie. Ospiti: dei parenti arrivati da Napoli e altri sfigati misti raccattati chissà dove. Era l’epoca in cui infuriava la lambada, alla fine degli anni ‘80. Mia cognata si era così fissata che ci toccò ascoltarla per tutta la sera, mentre degli idioti mi costringevano a ballare sculettando come una ballerina del tropicana. A mezzanotte i parenti di mia cognata si misero in testa di sparare i botti che avevano portato da Napoli, ma erano così umidi che al massimo gli scoppiettavano fra le mani bruciandogli le dita e i maglioni.
Questa serie di esperienze mi ha convinto a festeggiare il capodanno in casa, sperando che lo spiritello dell’anno nuovo non facesse più di tanto caso a me e non si accanisse con malesseri vari di tutti i generi.
Per questo ho deciso di dedicare al sesso e alle serate trasgressive qualunque altro giorno che non sia il 31 dicembre.
lunedì 20 dicembre 2010
L'invito della domenica
Domenica siamo stati invitati a pranzo dal “lungo”, con cui, insieme al “corto”, rappresentavamo l’incarnazione vivente della famosa canzone dello Zecchino d’Oro: Il lungo, il corto e il pacioccone.
Siamo stati amici per oltre trent’anni. A presentarci fu il “corto”, suo compagno di scuola e mio amico d’infanzia.
Ricordo ancora la volta che mi disse: “Voglio farti conoscere questo tipo; uno un po’ strano ma simpatico”. E l’amico si presentò un pomeriggio in sella a un caballero regolarità elaborato che filava come il vento. Lo guidava come fosse una Bentley da collezione, senza esibirsi in nessuna delle cazzate che si fanno quando si ha tra le mani un motorino. Guidava pulito, preciso, essenziale e questo mi è subito piaciuto.
Intenderci è stato naturale e immediato, mi sentivo spesso più affine a lui che al “corto”, che pure conoscevo da molto più tempo. L’unico difetto che aveva era quello di essere un po’ troppo svagato e distratto e, in particolare, l’essere succube assoluto di ogni ragazza. E chissà perché, forse per la sua aria svagata, o l’apparente mancanza di atteggiamenti maschilisti che spesso si accompagnano all’adolescenza, di ragazze ne ha avute parecchie.
L’amicizia si è spezzata a causa di tante piccole cose che mi ero stufato di sopportare. Presentarsi a mani vuote ogni volta che lo invitavo a pranzo o cena, salutare la nascita dei miei figli senza nemmeno un pensiero da poche lire, essere schiavo della propria taccagneria e mascherarla con la distrazione o la svagatezza, fino al tempestarmi di telefonate per venirci a trovare in vacanza e, dopo essere arrivato la sera prima in camper, scappare come un ladro la mattina dopo senza nemmeno aver preso un caffè insieme, accampando scuse inconsistenti e stravaganti per mascherare i capricci della moglie.
Da quella volta è passato un bel po’ di tempo, fino a quando, come niente fosse, chiama per una delle rare uscite serali. Gli dico chiaro e tondo che ci sono rimasto molto male, ma se il “lungo” ha un pregio, è che è impossibile litigarci. Però deve aver capito perché non l’ho più sentito per un anno intero.
E così arriviamo a venerdì scorso, quando ci invita a pranzo. Penso che, dopo aver provato sulla mia pelle quanto sia meschino essere cancellati dai parenti per sgarbi mai commessi, sia un modo per chiederci scusa, per farsi perdonare, per riallacciare un rapporto di amicizia.
Accetto, compro qualcosa da portare e ci metto anche uno dei miei poster numerati. Non lo faccio per umiliarlo, faccio solo ciò che mi è stato insegnato e che la mia educazione mi sussurra. Tanto so che non riuscirebbe a comprendere il senso di una cosa del genere. E, come tutte le volte che voglio fidarmi, che accordo fiducia, rimango nuovamente fregato. Al nostro arrivo c’è già un’altra coppia con figlio piccolo e, in seguito, si aggiungerà anche la sorella della moglie.
Potrò essere anche uno snob demodè, ma credo sia doveroso avvertire gli ospiti di quali saranno gli eventuali altri invitati e non, invece, trovarseli davanti a sorpresa, come se fosse un party organizzato da qualche organizzazione umanitaria aperto a chiuque si trovi a passare di lì. Tra l’altro, conosco di vista l’altra coppia e mi è sempre stata moderatamente sul cazzo.
Pazienza, mi sorbisco quattro ore di cazzate e di cafonerie varie, faccio buon viso a cattivo gioco e cerco pure di essere simpatico, ma questa è proprio l’ultima volta, sono stufo di farmi prendere per il culo: dagli amici, dal lavoro e dalla vita.
Siamo stati amici per oltre trent’anni. A presentarci fu il “corto”, suo compagno di scuola e mio amico d’infanzia.
Ricordo ancora la volta che mi disse: “Voglio farti conoscere questo tipo; uno un po’ strano ma simpatico”. E l’amico si presentò un pomeriggio in sella a un caballero regolarità elaborato che filava come il vento. Lo guidava come fosse una Bentley da collezione, senza esibirsi in nessuna delle cazzate che si fanno quando si ha tra le mani un motorino. Guidava pulito, preciso, essenziale e questo mi è subito piaciuto.
Intenderci è stato naturale e immediato, mi sentivo spesso più affine a lui che al “corto”, che pure conoscevo da molto più tempo. L’unico difetto che aveva era quello di essere un po’ troppo svagato e distratto e, in particolare, l’essere succube assoluto di ogni ragazza. E chissà perché, forse per la sua aria svagata, o l’apparente mancanza di atteggiamenti maschilisti che spesso si accompagnano all’adolescenza, di ragazze ne ha avute parecchie.
L’amicizia si è spezzata a causa di tante piccole cose che mi ero stufato di sopportare. Presentarsi a mani vuote ogni volta che lo invitavo a pranzo o cena, salutare la nascita dei miei figli senza nemmeno un pensiero da poche lire, essere schiavo della propria taccagneria e mascherarla con la distrazione o la svagatezza, fino al tempestarmi di telefonate per venirci a trovare in vacanza e, dopo essere arrivato la sera prima in camper, scappare come un ladro la mattina dopo senza nemmeno aver preso un caffè insieme, accampando scuse inconsistenti e stravaganti per mascherare i capricci della moglie.
Da quella volta è passato un bel po’ di tempo, fino a quando, come niente fosse, chiama per una delle rare uscite serali. Gli dico chiaro e tondo che ci sono rimasto molto male, ma se il “lungo” ha un pregio, è che è impossibile litigarci. Però deve aver capito perché non l’ho più sentito per un anno intero.
E così arriviamo a venerdì scorso, quando ci invita a pranzo. Penso che, dopo aver provato sulla mia pelle quanto sia meschino essere cancellati dai parenti per sgarbi mai commessi, sia un modo per chiederci scusa, per farsi perdonare, per riallacciare un rapporto di amicizia.
Accetto, compro qualcosa da portare e ci metto anche uno dei miei poster numerati. Non lo faccio per umiliarlo, faccio solo ciò che mi è stato insegnato e che la mia educazione mi sussurra. Tanto so che non riuscirebbe a comprendere il senso di una cosa del genere. E, come tutte le volte che voglio fidarmi, che accordo fiducia, rimango nuovamente fregato. Al nostro arrivo c’è già un’altra coppia con figlio piccolo e, in seguito, si aggiungerà anche la sorella della moglie.
Potrò essere anche uno snob demodè, ma credo sia doveroso avvertire gli ospiti di quali saranno gli eventuali altri invitati e non, invece, trovarseli davanti a sorpresa, come se fosse un party organizzato da qualche organizzazione umanitaria aperto a chiuque si trovi a passare di lì. Tra l’altro, conosco di vista l’altra coppia e mi è sempre stata moderatamente sul cazzo.
Pazienza, mi sorbisco quattro ore di cazzate e di cafonerie varie, faccio buon viso a cattivo gioco e cerco pure di essere simpatico, ma questa è proprio l’ultima volta, sono stufo di farmi prendere per il culo: dagli amici, dal lavoro e dalla vita.
giovedì 9 dicembre 2010
Le case che parlano
Chissà, forse è un sintomo della vecchiaia. Si torna un po’ bambini. O forse è che non sono mai cresciuto veramente, ma tutte le case che ho abitato mi hanno sempre parlato.
Quella dei miei genitori per esempio. Proprio davanti alla portafinestra della cucina, sul pavimento, c’è una grossa vite nera, inclusa come un fossile in una mattonella del pavimento. Chissà come ci è finita; forse durante la lavorazione, quarant’anni fa e, per uno strano scherzo del destino, proprio quella mattonella è finita nella nostra cucina. Ogni tanto andavo a guardarla, come una curiosità da museo o da wunderkammer, felice di ritrovarla sempre lì e domandandomi ogni volta come diavolo fosse finita proprio nella nostra mattonella. Con il passare degli anni è diventata una presenza rassicurante, un punto fermo, un’abitudine. So che c’è, che sarà sempre lì ogni volta che andrò a cercarla e questo mi rende felice.
Nel salotto invece, proprio vicino alla finestra, a ridosso della parete, c’è una mattonella del pavimento di marmo che d’inverno diventa calda. L’ho scoperto perché ci si accovacciava sempre il mio cane, che stupido non era. Può sembrare un mistero, ma più semplicemente si tratta del tubo del riscaldamento che passa proprio lì. Però è divertente far sentire ai miei figli quel calore misterioso che sale dal pavimento e vedere i loro occhi meravigliati da un fenomeno all’apparenza così inspiegabile.
Quella dei miei genitori per esempio. Proprio davanti alla portafinestra della cucina, sul pavimento, c’è una grossa vite nera, inclusa come un fossile in una mattonella del pavimento. Chissà come ci è finita; forse durante la lavorazione, quarant’anni fa e, per uno strano scherzo del destino, proprio quella mattonella è finita nella nostra cucina. Ogni tanto andavo a guardarla, come una curiosità da museo o da wunderkammer, felice di ritrovarla sempre lì e domandandomi ogni volta come diavolo fosse finita proprio nella nostra mattonella. Con il passare degli anni è diventata una presenza rassicurante, un punto fermo, un’abitudine. So che c’è, che sarà sempre lì ogni volta che andrò a cercarla e questo mi rende felice.
Nel salotto invece, proprio vicino alla finestra, a ridosso della parete, c’è una mattonella del pavimento di marmo che d’inverno diventa calda. L’ho scoperto perché ci si accovacciava sempre il mio cane, che stupido non era. Può sembrare un mistero, ma più semplicemente si tratta del tubo del riscaldamento che passa proprio lì. Però è divertente far sentire ai miei figli quel calore misterioso che sale dal pavimento e vedere i loro occhi meravigliati da un fenomeno all’apparenza così inspiegabile.
giovedì 25 novembre 2010
Silenzio
A volte il silenzio è terribile. Stranamente, sento il ticchettio degli orologi nei silenzi improvvisi del traffico.
Sembrano quei pomeriggi infantili trascorsi in camera mia a ordinare le automobiline in file precise, disposte a quarantacinque gradi sul tappeto rasato. Lì i camion e i veicoli industriali, là le auto comuni e di fianco i veicoli di soccorso.
Ma questo è un silenzio triste, o almeno mi pare, le stanze amiche di questa casa sembrano fredde, indifferenti. Quanto vorrei sentire suonare il telefono, uno squillo che anticipi qualcosa di nuovo, qualcosa di buono.
Via via che i nostri ultimi risparmi svaniscono mi riesce sempre più difficile sorridere ai miei figli. La piccola comincia già a sentire la frenesia del natale e io mi maledico perché dovrò chiedere a mia madre dei soldi che in tutta la mia vita non avrei mai voluto avere.
Sembra una tristissima favola russa e pure questo mi fa incazzare. Ho sempre amato la battuta, il gioco, lo scherzo e invece mi ritrovo a dover scrivere queste stronzate lacrimevoli.
Sembrano quei pomeriggi infantili trascorsi in camera mia a ordinare le automobiline in file precise, disposte a quarantacinque gradi sul tappeto rasato. Lì i camion e i veicoli industriali, là le auto comuni e di fianco i veicoli di soccorso.
Ma questo è un silenzio triste, o almeno mi pare, le stanze amiche di questa casa sembrano fredde, indifferenti. Quanto vorrei sentire suonare il telefono, uno squillo che anticipi qualcosa di nuovo, qualcosa di buono.
Via via che i nostri ultimi risparmi svaniscono mi riesce sempre più difficile sorridere ai miei figli. La piccola comincia già a sentire la frenesia del natale e io mi maledico perché dovrò chiedere a mia madre dei soldi che in tutta la mia vita non avrei mai voluto avere.
Sembra una tristissima favola russa e pure questo mi fa incazzare. Ho sempre amato la battuta, il gioco, lo scherzo e invece mi ritrovo a dover scrivere queste stronzate lacrimevoli.
lunedì 15 novembre 2010
Il grande fratello
C’è qualcosa che non va. Mi sento controllato. Come un respiro sul collo che mi fa voltare all’improvviso senza scorgere niente più che un’impressione.
Naturalmente parlo in senso metaforico, ma è come quando si sentono degli occhi puntati alla schiena. Di solito ci si azzecca.
Eppure non ho niente da nascondere, anzi, ormai la mia vita è in piazza da quasi un anno e ho il sospetto che ne siano al corrente tutti quelli che mi conoscono anche solo di vista. Forse è la deformazione da film di fantascienza. Sapete, il grande complotto, gli alieni tra noi, i servizi segreti, dio, o chissà chi altro.
Forse lo strumento che pensavo servisse a cambiare la situazione lavorativa, a divulgare al mondo capacità ed esperienza, mi si è rivoltato contro. Forse ci siamo abbandonati voluttuosamente e impazientemente fra le braccia di un grande fratello malvagio senza rendercene conto.
Una manciata di anni fa, il massimo dell’apertura al mondo di una famiglia media come la mia, era rappresentata dal telefono. E, tra l’altro, era uno strumento che incuteva pure una certa soggezione. Esisteva un galateo per l’intrusione nelle vite altrui; non si telefonava mai dopo le otto di sera, e nemmeno la mattina prima delle nove, e tanto meno durante l’ora di pranzo o cena. Se il telefono squillava, per esempio, verso le nove o dieci di sera, quasi sempre era una cattiva notizia. Qualche parente a cui era preso un accidente, lo zio emigrante che non si vedeva da vent’anni che era morto all’improvviso, la vecchia sorella della nonna che era stata ricoverata in ospedale.
Per le occasioni importanti c’era il telegramma, con il suo personale vocabolario dal quale dedurre se chi l’aveva spedito era un avaraccio o non badava a spese.
Ora il cellulare squilla nei momenti meno opportuni, così come il telefono; la casella mail è sempre piena di messaggi di chi vuole vendere il viagra indiano o pretende di allungare l’uccello con macchinette meravigliose che sembrano strumenti della santa inquisizione, o promette vincite milionarie in casinò virtuali.
Però se dovessi dire quali sono state le invenzioni che hanno caratterizzato l’epoca moderna, non avrei dubbi: il cellulare e internet. Il fatto è che probabilmente siamo ancora dei pionieri e, come i medici ottocenteschi consigliavano di fumare o ingurgitare bevande alla cocaina per mantenerci in buona salute, così anche noi forse ne facciamo un uso primitivo e sbagliato di queste invenzioni.
Ma che cazzo sto dicendo? Sarà il fatto di aver quasi prosciugato i risparmi e sentito il direttore che ha già messo le mani avanti riguardo il pagamento del catalogo (sai c’è l’anticipo delle tasse...) che mi fa delirare.
Naturalmente parlo in senso metaforico, ma è come quando si sentono degli occhi puntati alla schiena. Di solito ci si azzecca.
Eppure non ho niente da nascondere, anzi, ormai la mia vita è in piazza da quasi un anno e ho il sospetto che ne siano al corrente tutti quelli che mi conoscono anche solo di vista. Forse è la deformazione da film di fantascienza. Sapete, il grande complotto, gli alieni tra noi, i servizi segreti, dio, o chissà chi altro.
Forse lo strumento che pensavo servisse a cambiare la situazione lavorativa, a divulgare al mondo capacità ed esperienza, mi si è rivoltato contro. Forse ci siamo abbandonati voluttuosamente e impazientemente fra le braccia di un grande fratello malvagio senza rendercene conto.
Una manciata di anni fa, il massimo dell’apertura al mondo di una famiglia media come la mia, era rappresentata dal telefono. E, tra l’altro, era uno strumento che incuteva pure una certa soggezione. Esisteva un galateo per l’intrusione nelle vite altrui; non si telefonava mai dopo le otto di sera, e nemmeno la mattina prima delle nove, e tanto meno durante l’ora di pranzo o cena. Se il telefono squillava, per esempio, verso le nove o dieci di sera, quasi sempre era una cattiva notizia. Qualche parente a cui era preso un accidente, lo zio emigrante che non si vedeva da vent’anni che era morto all’improvviso, la vecchia sorella della nonna che era stata ricoverata in ospedale.
Per le occasioni importanti c’era il telegramma, con il suo personale vocabolario dal quale dedurre se chi l’aveva spedito era un avaraccio o non badava a spese.
Ora il cellulare squilla nei momenti meno opportuni, così come il telefono; la casella mail è sempre piena di messaggi di chi vuole vendere il viagra indiano o pretende di allungare l’uccello con macchinette meravigliose che sembrano strumenti della santa inquisizione, o promette vincite milionarie in casinò virtuali.
Però se dovessi dire quali sono state le invenzioni che hanno caratterizzato l’epoca moderna, non avrei dubbi: il cellulare e internet. Il fatto è che probabilmente siamo ancora dei pionieri e, come i medici ottocenteschi consigliavano di fumare o ingurgitare bevande alla cocaina per mantenerci in buona salute, così anche noi forse ne facciamo un uso primitivo e sbagliato di queste invenzioni.
Ma che cazzo sto dicendo? Sarà il fatto di aver quasi prosciugato i risparmi e sentito il direttore che ha già messo le mani avanti riguardo il pagamento del catalogo (sai c’è l’anticipo delle tasse...) che mi fa delirare.
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