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lunedì 23 maggio 2011

Inferno, purgatorio, paradiso

Non so se essere felice oppure no. Non della mia vita personale, quella va a gonfie vele, o almeno, fila senza grossi guai, il che è sicuramente già una bella cosa.
Parlo del lavoro. Quello che c’è, quello che non c’è, quello che potrebbe esserci.
Sono alcuni giorni che non mi stacco dal computer prima delle sette e mezzo di sera, che lavoro anche di sabato, che rispondo al telefono all’ex direttore di domenica. Ieri, fra la una e la una e venti, mi ha chiamato almeno quattro volte, facendomi pranzare a singhiozzo. 
Qualche anno fa non avrei nemmeno risposto al telefono, oggi mi sento come nella bella recensione di The Company Men su Mymovies (http://www.mymovies.it/film/2010/thecompanymen/): 
“John Welles esplora l’impotenza della perdita del lavoro, mentre esamina come la rabbia, la paura e l’umiltà forzata possono sostituire la sicurezza dei ‘normali’”. 
Ecco, è l’ultima frase quella che mi ha colpito nel profondo, "l’umiltà forzata", che sostituisce, in chi è alla ricerca di un lavoro, la sicurezza del “normale”.
La giusta definizione per chi, come me, è alla disperata ricerca della propria normalità, dell’illusione di essere parte di una grande macchina, un piccolo ingranaggio con una sua collocazione ben precisa, un suo compito minimo ma funzionale, e la scoperta improvvisa che la macchina funziona anche senza la mia rotellina, che comunque va avanti e che quel piccolo ingranaggio può essere sostituito senza problemi, senza intoppi.
In queste ultime settimane di improvvisa operosità sento montare dentro l’orgoglio di essere nuovamente una parte della macchina, la sera sono così soddisfatto della mia stanchezza che è come se fosse sempre natale. 
Ma c’è un ma. Intanto è robetta. La rivista di barche per ricconi sfondati sarà nelle mie mani per un solo numero ancora, poi il mistero rimane fitto. Quella che si occupa di eventi e per la quale l’ex direttore ha firmato un contratto (ma io no), economicamente è ancora ben poca cosa, e dall’editore francese e la localizzazione della sua rivista, non è ancora ben chiaro cosa ne sarà in futuro.
Tanto rumore per nulla insomma. O meglio, tanto lavoro, ma nessuna certezza. Intendiamoci, rispetto al vuoto cosmico dell’ultimo anno, è una calda coperta di lana in una notte gelida, ma non è certo ancora la certezza di avere un tetto sulla testa.
Questo blog si chiama Uomo in Mare; forse avrei dovuto chiamarlo all’Inferno e Ritorno, ma mi sembrava, così facendo, di essere fin troppo ottimista e allora, per scaramanzia, ho mantenuto il nome originario che nacque prima ancora della tempesta lavorativa. Diciamo che, per ora, questo viaggio all’inferno - senza nemmeno la compagnia di un Virgilio - si sta forse avviando verso il purgatorio, ma si trova ancora molto lontano anche dalla sola idea del paradiso.

martedì 3 maggio 2011

Gli uomini della compagnia e il culo di Pippa

Se solo mia nonna sapesse che a ogni appuntamento dal dentista, ne corrisponde un altro in libreria, non so immaginare cosa direbbe.
Lei, che credo non abbia letto nemmeno un libro in vita sua ma che, per mandare avanti la famiglia, è stata la prima calzolaia, se non d’Italia, certamente di Milano, forse avrebbe sbottato come il padre di R. durante l’ennesima visita a una chiesa di Mosca: “Ostia! Basta chiese! Vista una, viste tutte!”.
Ieri è stata la volta di Don Delillo, scrittore che amo a prescindere, con La stella di Ratner; un salasso da 24 euro a favore di Einaudi, e quindi del nano maledetto.
Non importa, come dicono a sinistra ogni volta che bisogna votare: turiamoci il naso. Solo che a forza di turarci il naso, non sentiamo più né puzze, né profumi, e questo non va bene.
E forse proprio per questo, per il gusto cioè di farmi del male, questa sera abbiamo visto The Company Men, un bel film di John Wells nel quale è rappresentata l’improvvisa discesa all’inferno e la difficoltà nei rapporti familiari e di amicizia di Bobby Walker, brillante e benestante manager con tanto di Porsche, improvvisamente licenziato dall’azienda per cui lavora.
Si troverà ad affrontare ciò che io stesso ho provato e continuo a provare tutt’ora sulla mia pelle, fino ad accettare un lavoro da falegname edile offerto dal cognato. Il superficiale Bobby imparerà così ciò che significa dover rinunciare a tutti quei privilegi che riteneva ormai consolidati, alle partite a golf, ai bei vestiti, ai ristoranti da 500 dollari. Imparerà a capire i veri valori dell’amicizia, dell’amore e della dignità del lavoro.
Naturalmente Bobby è un trentasettenne e può permettersi la fatica fisica e l’idea di dover ridefinire in qualche modo la propria vita, quindi le affinità tra la sua situazione e la mia finiscono bruscamente prima ancora di cominciare.
Inoltre, nel finale, Bobby riesce a risollevarsi e trovare un lavoro adatto alle proprie capacità, anche se con uno stipendio pressoché dimezzato. Un lieto fine forse un po’ troppo rosa per situazioni che, nella maggior parte dei casi, hanno ben altri esiti.
Semmai dovrei immedesimarmi più nel suo collega Phil Woodward, anche lui licenziato, che alla soglia dei sessant’anni, tintosi i capelli grigi, tenta di rivendersi in un mercato che non considera chi è al di sopra dei trent’anni e finisce per suicidarsi con i gas di scarico della propria auto.
Cosa c’entra tutto questo col culo di Pippa? Niente, solo che nel titolo del post ci stava così bene...