In linea di massima sono sempre stato una persona piuttosto timida. Non a livello patologico, più che altro perché ho sempre combattuto aspramente, anche contro me stesso, per impedirmi di precipitare in realtà senza ritorno. Hic sunt leones.
Le cause? Come sempre, una madre sottilmente autoritaria e castrante, ben peggiore di tutti e tre i fantasmi del canto di natale di Dickens messi insieme e il fatto che ognuno nasce con il carattere che ha.
Essere grassottello da piccolo, e con qualche chilo di troppo da grande, non è certo stato d’aiuto; per questo ho sviluppato un mio personale modo di saltare l’ostacolo: ovvero esternare un’aggressività selvaggia e spesso immotivata verso chiunque si permettesse solo di guardarmi in modo strano. Un rispetto guadagnato a suon di botte: date e anche prese. Tornare a casa con i vestiti strappati e la faccia pesta è stato per un certo tempo una cosa abbastanza normale. “Sono caduto in bicicletta - oppure - ho inciampato sui gradini dell’oratorio”, erano le uniche omertose parole che uscivano dalla mia bocca. E il bello è che mia madre ci credeva pure. Meno mio padre, per il quale non esisteva altra regola che restituire con gli interessi ciò che si riceveva - nel bene o nel male -, non rendendosi conto che non erano più gli anni di quella specie di far west delle case di ringhiera nel dopoguerra.
Vivere così non è mai stato facile; tenere tutto dentro, far finta di essere sani, come cantava Giorgio Gaber, non era né facile, né sano. Alla fine delle elementari, quell’anima buona della maestra disse ai miei genitori: “È un ragazzo intelligente, sveglio, ma, a essere onesta, devo dire di non essere riuscita a capirlo davvero; soprattutto quando mi guarda con quegli occhioni...”.
E invece è stata l’unica a capire, almeno un po’, cosa significasse per me combattere ogni giorno con la paranoia di credere che tutti non avessero occhi che per me: per la mia goffaggine, la mia pancetta, le mie guance paffutelle, l’orticaria, il non saper correre veloce, l’essere costantemente ignorato dalle femmine. Alle medie i chili di troppo erano quasi svaniti ma cominciai a fissarmi con i muscoli, il ventre piatto, i bicipiti che non c’erano, senza rendermi conto che stavo diventando oggettivamente bello. Ma una vita non cambia da un giorno all’altro, chi nasce tondo non diventa quadrato, diceva mia nonna. Perciò ero sì un bello incosciente di esserlo, ma anche il solito rissoso, permaloso e, a volte antipatico, ciccione di sempre.
È una doppia vita da Jekyll e Hide, da Zelig, con cui ho imparato a convivere, senza troppi problemi, anche perché, col tempo, anch’io sono cresciuto, ho imparato a controllare le mie emozioni, a mascherare il virus della timidezza dietro un lavoro in proprio, gli interessi famigliari, gli hobbies solitari.
Ma c’è stato qualcosa che è accaduto qualche giorno fa che, malgrado questo periodo sventurato, mi ha fatto ben sperare.
È successo che la palestra di karate di C. ha dovuto chiudere per fallimento - i tempi sono questi - e c’è stata un’assemblea fra iscritti e istruttore (quello che parla come toro seduto anche se è italiano) per vedere come porre rimedio alla continuità del corso. Beh, non ho avuto nessun problema a parlare con persone che non conoscevo, o che conoscevo solo di vista, organizzare le liste di chi era disponibile a continuare, interagire anche con chi non mi risultava affatto simpatico. Per una volta tanto non mi sono sentito inadeguato, osservato, giudicato. Anzi, io stesso ho potuto godere della goffaggine della famiglia intera di un amico di C.
Si tratta di M. un ragazzino timido che, fino a qualche mese, fa parlava come Topolino, ma con un leggero accento campano. Che sia timido non è nulla di così stravagante, la cosa divertente sono i genitori, particolarmente la madre. Non c’è esame di karate del figlio dal quale non scappi in tutta fretta in cortile dove, immancabilmente, la si ritrova che vomita in qualche tombino. Per strada pesta, senza dimenticarne nemmeno una, tutte le merde di cane, sbattendo spesso contro i pali dell’illuminazione stradale, distratta da qualche conversazione. Inciampa su quasi tutto, scale, gradini, marciapiedi, compresi i fogli di carta abbandonati per strada. Quindi pensavo fosse il padre quello serio della famiglia, anche se parla poco, sottovoce e farfugliando, ma quando, appoggiandosi a una panca da ginnastica nella palestra ormai in disarmo, l’ha fatta cadere con un frastuono che ha spaventato tutti quanti, allora ho capito: è tutta la famiglia ad essere così, compreso M. che, un giorno, ha confidato a C. di essere caduto scivolando su una merda, impiastrandosi i pantaloni e facendosi pure male.
Che dire, sono cose che tirano su il morale di uno come me, mi sento molto più normale di quello che sono, meno goffo, meno osservato. Ma non è solo questo che mi ha fatto sentire bene, è stata anche la sensazione che la serietà della mia situazione economica e lavorativa abbia fatto passare in secondo piano tutti gli altri problemi, la sensazione che oggi non c’è più tempo da perdere in cose poco importanti, cose che non meritano di rovinare una vita.
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venerdì 21 gennaio 2011
venerdì 2 luglio 2010
Karate
Ieri pomeriggio, C. ha brillantemente superato (almeno quello), l'esame di karate per il secondo kyu (ni kyu), che poi sarebbe il secondo grado della cintura marrone.
Il caldo era opprimente, quasi straniante, aggrediva gli occhi facendoli bruciare e C. ogni tanto assumeva espressioni che ricordavano il cristo sulla croce con la testa circondata di spine.
In altri momenti, forse per il capelli, sembrava Jim Morrison nella foto a torso nudo e con le braccia spalancate, come l'uomo vitruviano di Leonardo.
L'abbiamo iscritto che aveva appena dieci anni, per presunti problemi di psicomotricità, e oggi l'ho visto come un ragazzo di quasi quindici, elegante nei movimenti, bello oltre ogni misura, fisicamente perfetto.
Il guaio è che la palestra ha un'intera parete ricoperta da specchi nei quali, invariabilmente, si riflette la mia immagine di vecchio cinquantenne bolso, qualcosa che non amo vedere, nemmeno negli specchi di casa. Non riesco a fare a meno di sbirciarmi, soppesando la pancia, valutando se la polo che ho messo la minimizzi oppure la renda più evidente. Non sopporto di vedere le mani grassoccie che non so mai dove mettere, spio gli altri genitori con una bilancia virtuale e, invariabilmente, mi sento il più grasso di tutti.
Il maestro è un tipo buffo, non più alto di un metro e sessanta, pelato come un'oliva, con un intercalare fatto di "preeecisoo" oppure "noo, sbagliato", che a casa, mi diverto a imitare con discreto successo.
Durante gli esami ama sciorinare i nomi dei vari colpi e Kata in un giapponese che a me sembra solo una strana filastrocca: Heian Shodan, kiai, Bassai-dai, Enpi, Jion eccetera. Ma il bello è che, quando corregge qualche allievo, si mette a parlare un po' come toro seduto, ovvero, omettendo spesso gli articoli, come fosse un giapponese che parla italiano. Per esempio: "Bene, ma poca potenza, calcio più alto, meno confusione".
Molti anni fa, quando mio padre decise di iscriversi a una palestra, portò anche me. Mi ritrovai da solo, con un energumeno vestito da karateka che mi fece togliere calze e scarpe. Non l'avevo previsto, e dopo un pomeriggio sulla terra battuta dell'oratorio, avevo doppi calzini: uno di cotone e uno di terra disegnato sulla pelle delle caviglie. L'energumeno disse che non importava e cominciò a farmi correre in tondo sul parquet deserto. Poi cominciò con lo stretching, prendendomi una gamba e spingendomela quasi fin sulla faccia. Non capivo perché mio padre mi avesse mollato lì da solo con quella specie di montagna in kimono e dove se ne fosse andato. Probabilmente in qualche altro locale della palestra a fare chissà cosa. Perché non potevo fare quello che faceva lui, insieme a lui? Oppure, perché non poteva, lui, fare quello che stavo facendo io? E poi non avevo nessuna voglia di andare in palestra alle sette di sera in un posto che non ricordo - sono sempre stato convinto che fosse dalle parti di viale Bodio - e dal quale ci volevano almeno venti minuti di auto per tornare a casa. E infatti questa storia finì dopo un paio di lezioni.
Mi sentivo anche imbrogliato da mio padre che, diceva, avrei fatto lezioni di karate. E allora, dov'era il kimono? e la cintura? E la tessera della federazione da mostrare agli amici increduli? Mi pareva tanto quella volta che mi regalò una maglietta da calcio rossonera del Foggia spacciandola per quella del Milan che, invece, aveva le righe molto più sottili.
Il caldo era opprimente, quasi straniante, aggrediva gli occhi facendoli bruciare e C. ogni tanto assumeva espressioni che ricordavano il cristo sulla croce con la testa circondata di spine.
In altri momenti, forse per il capelli, sembrava Jim Morrison nella foto a torso nudo e con le braccia spalancate, come l'uomo vitruviano di Leonardo.
L'abbiamo iscritto che aveva appena dieci anni, per presunti problemi di psicomotricità, e oggi l'ho visto come un ragazzo di quasi quindici, elegante nei movimenti, bello oltre ogni misura, fisicamente perfetto.
Il guaio è che la palestra ha un'intera parete ricoperta da specchi nei quali, invariabilmente, si riflette la mia immagine di vecchio cinquantenne bolso, qualcosa che non amo vedere, nemmeno negli specchi di casa. Non riesco a fare a meno di sbirciarmi, soppesando la pancia, valutando se la polo che ho messo la minimizzi oppure la renda più evidente. Non sopporto di vedere le mani grassoccie che non so mai dove mettere, spio gli altri genitori con una bilancia virtuale e, invariabilmente, mi sento il più grasso di tutti.
Il maestro è un tipo buffo, non più alto di un metro e sessanta, pelato come un'oliva, con un intercalare fatto di "preeecisoo" oppure "noo, sbagliato", che a casa, mi diverto a imitare con discreto successo.
Durante gli esami ama sciorinare i nomi dei vari colpi e Kata in un giapponese che a me sembra solo una strana filastrocca: Heian Shodan, kiai, Bassai-dai, Enpi, Jion eccetera. Ma il bello è che, quando corregge qualche allievo, si mette a parlare un po' come toro seduto, ovvero, omettendo spesso gli articoli, come fosse un giapponese che parla italiano. Per esempio: "Bene, ma poca potenza, calcio più alto, meno confusione".
Molti anni fa, quando mio padre decise di iscriversi a una palestra, portò anche me. Mi ritrovai da solo, con un energumeno vestito da karateka che mi fece togliere calze e scarpe. Non l'avevo previsto, e dopo un pomeriggio sulla terra battuta dell'oratorio, avevo doppi calzini: uno di cotone e uno di terra disegnato sulla pelle delle caviglie. L'energumeno disse che non importava e cominciò a farmi correre in tondo sul parquet deserto. Poi cominciò con lo stretching, prendendomi una gamba e spingendomela quasi fin sulla faccia. Non capivo perché mio padre mi avesse mollato lì da solo con quella specie di montagna in kimono e dove se ne fosse andato. Probabilmente in qualche altro locale della palestra a fare chissà cosa. Perché non potevo fare quello che faceva lui, insieme a lui? Oppure, perché non poteva, lui, fare quello che stavo facendo io? E poi non avevo nessuna voglia di andare in palestra alle sette di sera in un posto che non ricordo - sono sempre stato convinto che fosse dalle parti di viale Bodio - e dal quale ci volevano almeno venti minuti di auto per tornare a casa. E infatti questa storia finì dopo un paio di lezioni.
Mi sentivo anche imbrogliato da mio padre che, diceva, avrei fatto lezioni di karate. E allora, dov'era il kimono? e la cintura? E la tessera della federazione da mostrare agli amici increduli? Mi pareva tanto quella volta che mi regalò una maglietta da calcio rossonera del Foggia spacciandola per quella del Milan che, invece, aveva le righe molto più sottili.
mercoledì 23 giugno 2010
Il "Triplo"
Devo dire che ieri ho perso parte del mio proverbiale ottimismo (si fa per dire). La commercialista, dice che per unico redditi 2009, dovrò pagare tra irpef, irap, saldi e anticipi più o meno quattromila euro, senza contare la ritenuta d’acconto già versata su tutte le fatture. Non c’è che dire, una bella botta, e all’agenzia delle entrate non frega un bel niente se non stai lavorando da sei mesi; devi pagare e basta.
Poi ci sono i versamenti per il fondo pensione dell’ordine dei giornalisti (ahahahah!): saranno almeno cinque o seimila euro.
Ma non è finita, a novembre c’è il secondo acconto: altri duemiladuecento euro.
Tirando le somme e, soprattutto, rateizzando tutti i versamenti, da qui a dicembre dovrò sborsare qualcosa come dodicimila euro, ed ecco miseramente finite tutte le riserve con le quali mi illudevo di andare avanti per qualche tempo. Invece, complice qualche settimana di ferie obbligate a causa delle allergie dei bambini, entro natale mi ritroverò senza il becco di un centesimo.
E il bello è che non si sta muovendo assolutamente niente.
E il bello è non posso fisicamente fare un lavoro che sia anche lontanamente manuale.
E il bello è che a forza di non fare niente ho tanta paura di non riuscire a riprendere le fila di un lavoro se e quando arriverà.
E il bello è che dopo le ferie ci saranno i due compleanni dei bambini, l’assicurazione della macchina, di nuovo la retta per la mensa scolastica, la palestra di karate, il corso di chitarra, il materiale scolastico e per finire in bellezza natale, e non so come risolvere questa situazione.
Forse per questo ieri sera ho tentato il suicidio con un “Triplo”. Spiego cos’è, ma devo avvertirvi di non provare a farlo a casa vostra.
Dunque, si usa del pane in cassetta di grano duro oppure di tipo integrale. Io di solito uso quello ai cinque cereali e semi. Si spalma la prima fetta con burro d’arachidi e il lato della seconda fetta, che andrà a contatto col burro d’arachidi, con marmellata di fragole o ciliege, dopodichè si sovrappongono. A questo punto si spalma la parte superiore con una quantità di nutella pari alla somma di burro d’arachidi e marmellata e si chiude il tutto con la terza fetta di pane. Fatto!
Il prezzo da pagare è una notte di dormiveglia in cui sarete vittime di terribili acidità di stomaco e incubi privi di significato. Vi sveglierete a pezzi, ma con un certo appetito; come si dice: chiodo scaccia chiodo, e poi tanto, non devo mica andare a lavorare.
Poi ci sono i versamenti per il fondo pensione dell’ordine dei giornalisti (ahahahah!): saranno almeno cinque o seimila euro.
Ma non è finita, a novembre c’è il secondo acconto: altri duemiladuecento euro.
Tirando le somme e, soprattutto, rateizzando tutti i versamenti, da qui a dicembre dovrò sborsare qualcosa come dodicimila euro, ed ecco miseramente finite tutte le riserve con le quali mi illudevo di andare avanti per qualche tempo. Invece, complice qualche settimana di ferie obbligate a causa delle allergie dei bambini, entro natale mi ritroverò senza il becco di un centesimo.
E il bello è che non si sta muovendo assolutamente niente.
E il bello è non posso fisicamente fare un lavoro che sia anche lontanamente manuale.
E il bello è che a forza di non fare niente ho tanta paura di non riuscire a riprendere le fila di un lavoro se e quando arriverà.
E il bello è che dopo le ferie ci saranno i due compleanni dei bambini, l’assicurazione della macchina, di nuovo la retta per la mensa scolastica, la palestra di karate, il corso di chitarra, il materiale scolastico e per finire in bellezza natale, e non so come risolvere questa situazione.
Forse per questo ieri sera ho tentato il suicidio con un “Triplo”. Spiego cos’è, ma devo avvertirvi di non provare a farlo a casa vostra.
Dunque, si usa del pane in cassetta di grano duro oppure di tipo integrale. Io di solito uso quello ai cinque cereali e semi. Si spalma la prima fetta con burro d’arachidi e il lato della seconda fetta, che andrà a contatto col burro d’arachidi, con marmellata di fragole o ciliege, dopodichè si sovrappongono. A questo punto si spalma la parte superiore con una quantità di nutella pari alla somma di burro d’arachidi e marmellata e si chiude il tutto con la terza fetta di pane. Fatto!
Il prezzo da pagare è una notte di dormiveglia in cui sarete vittime di terribili acidità di stomaco e incubi privi di significato. Vi sveglierete a pezzi, ma con un certo appetito; come si dice: chiodo scaccia chiodo, e poi tanto, non devo mica andare a lavorare.
martedì 8 giugno 2010
Che palle fare il genitore!
Cento euro per l'ennesimo mese di karate e l'iscrizione all'esame per il secondo grado di cintura marrone. E in cambio, C. come ci ripaga? Con un debito sicuro in matematica, in cui, nel primo quadrimestre, aveva sette, e non so quali altre sorprese nelle restanti materie.
Non mi piace fare confronti, non li trovo leali, ma a volte sono necessari. Sua madre e io abbiamo frequentato il liceo negli anni che vanno dal 1976 al 1980. Anni difficili, duri, sia politicamente che per le nostre famiglie che non hanno mai avuto grandi mezzi. I miei genitori lavoravano entrambi; uno come commesso viaggiatore e l'altra come impiegata. Non mi sarei mai sognato di approfittarmi di loro per una lunga vacanza all'insegna del: "tanto finché i fessi mi mantengono io penso a divertirmi". Anche se a divertirci ci pensavamo eccome, ma, come si diceva allora, sempre con una coscienza politica. Mai e poi mai avremmo pensato di nascondere i risultati delle interrogazioni o dei compiti in classe, perché era normale assumere le proprie responsabilità. Le insufficienze arrivavano anche per noi, ma sempre recuperate in modo da non essere rimandati a settembre in nessuna materia. E non è che nella nostra scuola fosse molto in voga il sei politico, anzi, non lo era per niente. Quello che facevi, le valutazioni che ottenevi, dovevi meritartele e, tra scioperi, rapimenti e terrorismo, non sempre era così facile.
Sono stati anche anni fantastici, creativi, in cui i ragazzi si erano finalmente riappropriati delle piazze, delle città grigie e tristi come Milano, gli indiani metropolitani, gli Skiantos, le Kandeggina Gang, Joe Squillo, l'indimenticabile Kociss (lo sballato di acidi del parco Sempione), tremate, tremate, le streghe son tornate, Kossiga con la k (e quanto fu lungimirante allora appellare così quel vecchio pazzo reazionario), il concerto per Demetrio Stratos, le canzoni politiche di Pietrangeli (finito a fare il regista per Costanzo e Berlusconi), gli Stormy Six, gli Inti Illimani, il centro sociale Macondo.
Anni di piombo, questo è vero, tanto che i miei ricordi sono in maggioranza in bianco e nero, ma anche di grande creatività e di libertà. Sì, potrà sembrare strano, ma c'era sicuramente maggiore libertà politica, personale e culturale, rispetto a un periodo come quello che stiamo vivendo. Lo penso da un bel pezzo, ma dire una cosa del genere rispetto agli anni delle Brigate Rosse e del rapimento Moro, non è mai stato molto popolare, eppure, poco per volta, vedo che anche persone come Giorgio Bocca o Curzio Maltese sembrano pensarla come me.
Oggi la situazione è completamente diversa, ma nemmeno così tanto. In fondo basta studiare il necessario per ottenere risultati; non capisco tutte queste scuse, questi sotterfugi, questo scaricabarile delle responsabilità. Hai studiato? Sei promosso. Non hai fatto un cazzo? È logico che adesso ne pagherai le conseguenze. Tanto per cominciare il mouse del computer di C. per adesso lo tengo io.
Non mi piace fare confronti, non li trovo leali, ma a volte sono necessari. Sua madre e io abbiamo frequentato il liceo negli anni che vanno dal 1976 al 1980. Anni difficili, duri, sia politicamente che per le nostre famiglie che non hanno mai avuto grandi mezzi. I miei genitori lavoravano entrambi; uno come commesso viaggiatore e l'altra come impiegata. Non mi sarei mai sognato di approfittarmi di loro per una lunga vacanza all'insegna del: "tanto finché i fessi mi mantengono io penso a divertirmi". Anche se a divertirci ci pensavamo eccome, ma, come si diceva allora, sempre con una coscienza politica. Mai e poi mai avremmo pensato di nascondere i risultati delle interrogazioni o dei compiti in classe, perché era normale assumere le proprie responsabilità. Le insufficienze arrivavano anche per noi, ma sempre recuperate in modo da non essere rimandati a settembre in nessuna materia. E non è che nella nostra scuola fosse molto in voga il sei politico, anzi, non lo era per niente. Quello che facevi, le valutazioni che ottenevi, dovevi meritartele e, tra scioperi, rapimenti e terrorismo, non sempre era così facile.
Sono stati anche anni fantastici, creativi, in cui i ragazzi si erano finalmente riappropriati delle piazze, delle città grigie e tristi come Milano, gli indiani metropolitani, gli Skiantos, le Kandeggina Gang, Joe Squillo, l'indimenticabile Kociss (lo sballato di acidi del parco Sempione), tremate, tremate, le streghe son tornate, Kossiga con la k (e quanto fu lungimirante allora appellare così quel vecchio pazzo reazionario), il concerto per Demetrio Stratos, le canzoni politiche di Pietrangeli (finito a fare il regista per Costanzo e Berlusconi), gli Stormy Six, gli Inti Illimani, il centro sociale Macondo.
Anni di piombo, questo è vero, tanto che i miei ricordi sono in maggioranza in bianco e nero, ma anche di grande creatività e di libertà. Sì, potrà sembrare strano, ma c'era sicuramente maggiore libertà politica, personale e culturale, rispetto a un periodo come quello che stiamo vivendo. Lo penso da un bel pezzo, ma dire una cosa del genere rispetto agli anni delle Brigate Rosse e del rapimento Moro, non è mai stato molto popolare, eppure, poco per volta, vedo che anche persone come Giorgio Bocca o Curzio Maltese sembrano pensarla come me.
Oggi la situazione è completamente diversa, ma nemmeno così tanto. In fondo basta studiare il necessario per ottenere risultati; non capisco tutte queste scuse, questi sotterfugi, questo scaricabarile delle responsabilità. Hai studiato? Sei promosso. Non hai fatto un cazzo? È logico che adesso ne pagherai le conseguenze. Tanto per cominciare il mouse del computer di C. per adesso lo tengo io.
martedì 25 maggio 2010
Fantasia rubata
Ne ho le palle piene di gite scolastiche a Torino per vedere il museo egizio, al Pime di Milano, ai parchi preistorici, all'Arena per improbabili manifestazioni sportive, al grattacielo Pirelli per omaggiare la giunta. Sono stufo dei saggi scolastici di piano, di chitarra elettrica, di commerci equi e solidali solo per la scuola. Sono nauseato dalle gare sociali della palestra, degli esami per l'ennesima cintura multicolore di karate. Fuggo come un ladro dalle feste scolastiche di fine anno, dalle esposizioni dei lavoretti di prima, seconda, terza, quarta e quinta, dalla mostra d'arte degli studenti di terza media, dalla creatività banale e stereotipata dei genitori attivi e non, dai musical fortemente voluti da un preside totalmente rimbambito, dallo stress da palcoscenico, dai capricci da primedonne delle insegnanti.
Da questa scuola in generale. Dal concetto di controllo sulle nuove generazioni che un'istituzione così concepita non può fare a meno di esercitare.
Ogni anno le lezioni terminano sempre più tardi e ricominciano sempre prima. Negli anni sessanta potevamo crogiolarci in lunghissime e oziose estati indolenti. Ai primi di giugno c'era già chi partiva per la casa dei nonni in campagna, altri passavano un mese in città, un altro al paese dei nonni e un altro ancora al mare con mamma e papà, poi, a settembre, con gli amici in città.
Oggi, tra compiti delle vacanze, un mese di ferie e qualche giorno di sacrosanto far niente, l'estate vola in un soffio e ci ritroviamo al sette, l'otto di settembre a ricominciare una scuola pressoché inutile se non per i giorni sempre più numerosi di inutile presenza. Non più un luogo di incontro e confronto, ma una economica bambinaia per genitori impegnati. Non qualità dell'insegnamento, ma mero calcolo dei giorni scolastici. Tra vacanze sempre più brevi e tempi prolungati sempre più lunghi, ai ragazzi non rimane più tempo da dedicare a sé stessi, niente fantasticherie, niente ore trascorse sul letto o sul divano con le gambe per aria a scrutare ombre misteriose sul soffitto, niente interminabili pomeriggi assolati trascorsi con gli amici, niente fumetti e libri, nemmeno la bici con le gomme consumate fino a scoppiare, nulla di quella libertà che oggi appare così improbabile.
Di quale libertà possono nutrirsi dei bambini dai sei agli undici anni che sono obbligati a trascorrere oltre otto ore in quella gabbia chiamata scuola? Per poi, una volta usciti, fare che? Un corso di ginnastica da un'ora, o la piscina, o la lezione di piano. E poi i compiti, compresi sabato e domenica, le ricerche, il quaderno con la copertina gialla, l'altro blu, l'altro ancora rossa, quello per matematica deve essere verde, quello di scienze ad anelli, ma non quello di inglese. Libri sempre più pesanti per insegnare a memoria mille desinenze che mai più si ricorderanno.
Da questa scuola in generale. Dal concetto di controllo sulle nuove generazioni che un'istituzione così concepita non può fare a meno di esercitare.
Ogni anno le lezioni terminano sempre più tardi e ricominciano sempre prima. Negli anni sessanta potevamo crogiolarci in lunghissime e oziose estati indolenti. Ai primi di giugno c'era già chi partiva per la casa dei nonni in campagna, altri passavano un mese in città, un altro al paese dei nonni e un altro ancora al mare con mamma e papà, poi, a settembre, con gli amici in città.
Oggi, tra compiti delle vacanze, un mese di ferie e qualche giorno di sacrosanto far niente, l'estate vola in un soffio e ci ritroviamo al sette, l'otto di settembre a ricominciare una scuola pressoché inutile se non per i giorni sempre più numerosi di inutile presenza. Non più un luogo di incontro e confronto, ma una economica bambinaia per genitori impegnati. Non qualità dell'insegnamento, ma mero calcolo dei giorni scolastici. Tra vacanze sempre più brevi e tempi prolungati sempre più lunghi, ai ragazzi non rimane più tempo da dedicare a sé stessi, niente fantasticherie, niente ore trascorse sul letto o sul divano con le gambe per aria a scrutare ombre misteriose sul soffitto, niente interminabili pomeriggi assolati trascorsi con gli amici, niente fumetti e libri, nemmeno la bici con le gomme consumate fino a scoppiare, nulla di quella libertà che oggi appare così improbabile.
Di quale libertà possono nutrirsi dei bambini dai sei agli undici anni che sono obbligati a trascorrere oltre otto ore in quella gabbia chiamata scuola? Per poi, una volta usciti, fare che? Un corso di ginnastica da un'ora, o la piscina, o la lezione di piano. E poi i compiti, compresi sabato e domenica, le ricerche, il quaderno con la copertina gialla, l'altro blu, l'altro ancora rossa, quello per matematica deve essere verde, quello di scienze ad anelli, ma non quello di inglese. Libri sempre più pesanti per insegnare a memoria mille desinenze che mai più si ricorderanno.
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