lunedì 8 novembre 2010

Piove, governo ladro!

Tuoni e fulmini a novembre sono qualcosa di imprevedibile e destabilizzante come un'eclissi di sole.
Spesso mi domando se chi è stato protagonista, volente oppure no, di cambiamenti epocali, ne abbia avuto coscienza.
Perché, alla faccia dei reazionari che le definiscono tutte cazzate, il tempo è cambiato, davvero.
Non è un discorso da ascensore, nel quale ci si lamenta cha non ci sono più le mezze stagioni (vero), ormai credo sia sotto gli occhi di tutti.
Non sarà così evidente come un conflitto mondiale, o una rivoluzione di popolo, ma forse le conseguenze saranno anche peggiori.
Non sono un fanatico dell'ambiente, non chiudo l'acqua quando mi lavo i denti, sotto la doccia ci sto quanto mi pare e ogni volta che uso il water scarico le cascate del niagara.
Ma qualcosa di vero in questa storia del riscaldamento globale deve esserci.
Alle elementari mi ci accompagnava mia nonna - come del resto è stata lei ad accompagnare quasi tutta la mia infanzia - estate e inverno, col caldo e col freddo. E noi bambini, almeno fino alle medie, si andava sempre in giro coi calzoni corti. Certe mattine d'inverno, quando i marciapiedi erano bianchi di brina e l'erba ghiacciata ché si spezzava quando ci si camminava sopra, me le ricordo eccome.
Una mattina ho visto un gatto acciambellato appena giù dal marciapiede. La testa appoggiata sulle zampe, gli occhi chiusi, sembrava dormire. Non so perché l'ho voluto toccare con un piede, è scivolato via con un rumore di minestrone surgelato che gratta sull'asfalto, senza che un solo pelo cambiasse posizione. Pareva un dischetto da hockey che scivolava sulla strada ghiacciata.
Non c'era anno che d'inverno non nevicasse, non c'era anno che insieme agli amici, non ci si lanciasse per la discesa del garage condominiale seduti sui sacchi dell'immondizia vuoti che scivolavano che era un piacere.
A carnevale faceva sempre così freddo che era impossibile uscire vestiti da indiani, zorro o cow-boy senza sopra il cappotto. Era una cosa che mi mandava in bestia e mandava in bestia anche mia nonna che doveva allacciarmi ripetutamente il cappotto che io slacciavo di continuo per mostrare il costume.
Oggi il maglione di lana lo mette solo chi ne vuole fare sfoggio, i miei sono sul ripiano più alto dell'armadio da anni, in attesa della prossima era glaciale.
Certo che se comincio coi discorsi sul tempo significa che sto invecchiando davvero. Almeno mi consolo urlando senza tema di essere smentito: "piove, governo ladro!".

venerdì 5 novembre 2010

Se, se, se...

All’inizio degli anni sessanta, i miei comprarono casa qui, dove finisce Milano e comincia Sesto San Giovanni. Una terra di nessuno, un quartiere appena nato, solo la strada asfaltata; per i marciapiedi aspettammo un bel pezzo.
Dopo qualche anno arrivò anche una chiesa nuova di zecca, con auditorium, bar, campetto di calcio e tutti gli annessi e connessi del caso. Una di quelle chiese modernamente anni settanta, dalle forme strambe, tutte cemento e vetri colorati. 
Dietro l’altare, il mosaico in pietre bianche e nere di un enorme cristo col dito alzato e un fare vagamente minaccioso capace, ancora oggi, di risvegliare i ricordi della mia infanzia.
Le scuole elementari le ultimarono esattamente nel momento in cui cominciai la prima, e le medie appena finito il quinquennio.
Eravamo uno dei pochi quartieri di periferia ad avere anche un cinema, un bel cinema, con galleria e platea. Oggi ridotto a chiesa di una qualche intransigente religione filocristiana che tanto piace a chi viene da lontano.
Per comprare casa i miei si indebitarono con un mutuo di vent’anni e si portarono in casa mia nonna materna che contribuì per quel poco che poteva in cambio di un terzo della casa a suo nome. Diceva che era la sua assicurazione per non finire in qualche ospizio quando sarebbe diventata troppo vecchia. E vecchia lo diventò davvero; morì a novantasei anni dopo essere andata a fare la spesa da sola fin oltre i novanta.
Quando ci fu l’occasione di comprare un monolocale nello stesso pianerottolo, mia madre ci buttò dentro tutta la sua liquidazione d’impiegata e un altro po’ di cambiali. Io feci quello che poteva fare un ragazzo di diciannove anni: imbiancare, sistemare, restaurare, tappezzare, installare. Fu ciò che feci nell’anno che trascorse tra il mio diploma al liceo e i primi lavori seri. Un anno sabbatico passato a fare il muratore invece che a girare l’Europa in treno come i miei coetanei.
L’ultimo grande sacrificio in ordine di tempo è stato l’acquisto del terzo appartamento del pianerottolo. Due locali comprati a peso d’oro da una coppia di giovani stronzi che, nel giro di qualche anno, si sono ritrovati eredi da nonni e genitori di vari appartamenti e case di campagna.
Ci abbiamo buttato dentro tutto ciò che mio padre, commesso viaggiatore, ci aveva lasciato - una misera liquidazione - tutti i nostri risparmi e quelli di mia madre.
Come un vecchio emigrante ottocentesco ho pensato che così avremmo avuto a disposizione tre appartamenti da due locali disposti nello stesso pianerottolo dove, in futuro, avrei potuto sistemare i due figli e noi, vecchi genitori.
Mi rendo conto che è un un conto della serva e che forse i miei figli preferiranno andarsene chissà dove, magari il più lontano possibile dai genitori. Forse avrei potuto investire diversamente i pochi risparmi, magari se la situazione non cambia sarò costretto a vendere a pezzi la mia vita, forse, se mia nonna avesse avuto le ruote, poteva essere un tram...

giovedì 4 novembre 2010

Senza parole

Non so cosa dire. Come François Truffaut, che ho visto in un’intervista su Rai Storia, unico canale vedibile nella "generosa offerta" della tv digitale.
Truffaut diceva che, non avendo avuto un’istruzione classica, non amava molto parlare in pubblico delle sue idee perché, per esempio, quelli che gli potevano sembrare una brillante intuizione, o un importante concetto filosofico, probabilmente erano già stati esposti da qualche pensatore greco duemila anni prima o, in tempi più recenti, da qualche altro erudito moderno.
Questa affermazione già lo pone, almeno secondo me, su di un piano superiore alla maggior parte dell’umanità e me lo fa sentire così affine.
No, non oserei mai immaginarmi accanto a un maestro al quale tutti dovrebbero solo inchinarsi, ma lo sento affine per il suo atteggiamento verso la cultura cosiddetta alta. 
Anch’io non ho avuto un’educazione classica e non so se rammaricarmene, non so cosa sia un complemento oggetto, non ho idea di come fare un’analisi grammaticale, ma penso che le idee siano qualcosa di universale, un patrimonio comune, analisi grammaticale o meno.
Malgrado tutto ho espresso molte idee, forse troppe, magari banali, spesso inutili. Forse ho fatto male, oggi è meglio lasciar perdere, come è possibile combattere una cialtroneria così diffusa e imperante? 
Non vado più alle riunioni di condominio per non dover ascoltare le castronerie di quattro bifolchi atteggiati, e nemmeno alle assemblee di classe, nelle quali sembra che i genitori facciano a gara per apparire più stupidi dei figli. 
Sono stufo di inseguire la merda del diavolo solo per poter dare una vita decente ai miei figli, stufo di vedere un paese ridotto così, preoccupato per quale vita si prospetterà alle prossime generazioni.
Davvero non so più cosa dire.

mercoledì 3 novembre 2010

Penelope's style

Non è facile lavorare con l’ex direttore. Telefona a qualsiasi ora, ieri sera alle otto e trenta, non numera mai progressivamente gli impaginati, sposta gli elementi grafici, cambia le foto senza allegare quelle nuove, spesso si perde il materiale che gli invio con skype. Ma è sempre un piacere relazionarsi con lui. Dopo i rari scatti d’ira è capace di ridere e scherzare come niente fosse, di scambiare quattro chiacchiere sul tempo o sulle ultime imprese di quello che lui chiama “il berlusca”.
Ciò che fino ad ora non ho ben capito è se questo fare e disfare penelope’s style sia colpa del cliente o sua. In effetti non è molto importante. Non quanto portarsi a casa questo lavoro e relativi soldi.

martedì 2 novembre 2010

Lo specchio del tempo

E, la piccola, dice che halloween è la sua festa preferita, naturalmente dopo natale e il compleanno. 
È sempre stata una festaiola, per lei qualunque occasione è buona per fare baldoria, in special modo quando si tratta di feste liberatorie, pagane, trasgressive. Una cosa che, non posso negarlo, spesso mi provoca qualche pensiero destabilizzante.
L’anno scorso eravamo tutti malati e quindi halloween è andato a farsi benedire; niente zucca intagliata, niente ragnatele, nemmeno dolcetto o scherzetto dalla nonna, che abita nello stesso pianerottolo.
Quest’anno però doveva essere festeggiato come si deve, tanto più che mi trovo oggettivamente in sintonia col lato funereo della festa. 
Chissà perché il travestimento che mi è riuscito più facile non è stato da assassino, da mostro o da qualcosa di demenziale come un tubetto di dentifricio, ma da barbone. Intendiamoci però, un barbone con tutti i sacri crismi e cioè con i vestiti di una settimana, pieni di macchie di cioccolato, olio eccetera, i capelli sporchi e i pantaloni tenuti su con un bel pezzo di corda. A completare il tutto, un vecchio tascapane comprato a San Michele al Tagliamento quando ero piccolo, con all’interno la mia inseparabile bottiglia di pampero, una sciarpa vinaccia che ha visto tempi migliori, un paio di infradito lerce e puzzolenti e un vecchio berrettino militare dell’ex cecoslovacchia. Un po’ di trucco sotto gli occhi, sulle guance e il naso ha dato quel tocco di couperose che non può mancare. 
Il risultato finale è stato scioccante, come se lo specchio fosse una macchina del tempo che mostrava un futuro forse possibile, o forse no, ma di un realismo impressionante. L’ho presa sul ridere, che altro avrei potuto fare? 
Durante la cena, mi sono immedesimato in uno di quei barboni che la milano bene ama tanto invitare per una cena a natale o capodanno e che poi fa scomparire sotto il tappeto dell’ipocrisia per il resto dell’anno. Ho ruttato, ho mangiato con le mani, chiesto da fumare e toccato il culo a quella bella signora di mia moglie. In effetti è stato liberatorio, come togliersi la pelle morta dopo una scottatura al mare, la libertà di fregarsene degli altri, di comportarmi come mi pare. Ma è solo uno scherzo, una cosa divertente che ha divertito sia E che C, e anche mia moglie, che si è fatta palpeggiare fingendo imbarazzo. Divertente, ma solo per un giorno all’anno, come si diceva nei film di Alberto Sordi: “così tanto per divertire i piccoli!”.
Almeno spero.